IL CASO TARICCO I E II: tra prescrizione, principio di legalità e diritto europeo

In Diritto penale commerciale
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Redatto dalla dott.ssa Federica Antonacci

La vicenda Taricco, ormai conosciuta agli addetti del settore giuridico, si pone all’interno del più ampio dibattito tra il diritto sovranazionale di matrice comunitaria e il diritto dell’ordinamento interno riguardante la natura, sostanziale o processuale, della prescrizione.

Il dualismo sulla natura giuridica dell’istituto della prescrizione vede contrapposti due orientamenti: il primo la qualifica come avente natura sostanziale poiché l’incidenza del tempo sulle vicende penali può mutare le valutazioni politico-legislative sull’utilità della persecuzione penale; di contro, i sostenitori della natura processuale sostengono che la prescrizione incide solo sulla difficoltà di accertamento dei fatti di reato dal punto di vista processuale.

Giova in ogni caso ricordare che l’istituto della prescrizione rientra, nel codice penale italiano, fra le cause di estinzione del reato di cui agli artt. 157 e seguenti cod. pen. e come tale si applica a prescindere da un comportamento positivo od omissivo dell’agente, determinando il venir meno dell’interesse dello Stato all’esercizio della potestà punitiva, una volta decorso il tempo indicato dalla legge.

Il contrasto in ambito prescrizionale vede contrapposte da un lato l’impostazione data dalla Corte Costituzionale che, per giurisprudenza costante, ha sempre qualificato la prescrizione come un istituto avente natura sostanziale, soggetto pertanto alla disciplina di cui all’art. 2 comma 4 cod. pen., che prevede la regola della retroattività della norma più favorevole al reo, poiché il decorso del tempo non si limita ad estinguere l’azione penale, ma elimina in concreto la punibilità per il reato commesso.

Secondo tale impostazione, solo il legislatore può incidere sulla disciplina penale di un fatto, in virtù del brocardo “nullum crimen sine lege” di cui all’art. 25 comma 2 Cost., che non consente di incidere in peius sulla risposta punitiva o su aspetti inerenti la punibilità. In particolare ciò è riscontrabile nella disciplina di cui all’art. 161 comma 2 cod. pen., secondo cui la dilatazione del termine prescrizionale soggiace a precisi limiti poiché, nonostante la verificazione di atti interruttivi, il tempo necessario a prescrivere non può comunque protrarsi di oltre un quarto, salvo che per taluni reati gravi tassativamente indicati dall’art. 51 comma 3bis c.p.p.

Diversamente da tale qualificazione, per il diritto sovranazionale europeo la prescrizione ha natura processuale (e non sostanziale) e non è pertanto coperta da alcuna riserva di legge, affermandosi in particolare l’incompatibilità tra la norma interna di cui all’art. 161 comma 2 cod. pen. ed il diritto europeo, avente come principale conseguenza quella di determinare l’impunità per un numero determinante di gravi reati in tema di frode fiscale, con consequenziale pregiudizio per gli interessi economici dell’Unione.

In questo quadro complesso si colloca il caso Taricco, avente ad oggetto un procedimento penale per il reato di associazione a delinquere finalizzata a commettere frodi per evasione dell’IVA; tutti i delitti contestati si sarebbero prescritti prima dell’inizio del processo, in virtù delle modifiche della normativa della prescrizione per i reati tributari, operata dalla legge n. 251 del 2005; poiché, però, parte dell’IVA frodata serviva a finanziare il bilancio dell’Unione, si operava una potenziale lesione degli interessi finanziari europei.

Infatti, in forza del disposto dell’art. 325 del TFUE, gli Stati membri sono obbligati ad adottare tutte le misure necessarie a garantire l’integrale riscossione dell’IVA; ma, come dimostrato dal caso Taricco, in concreto in Italia tali obblighi non venivano rispettati in ragione del meccanismo prescrizionale nel caso di atti interruttivi, che limita drasticamente il numero di processi che riescono a raggiungere l’esito di una sentenza definitiva.

Viene operato un primo rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che, nel 2015, con la sentenza dell’8 settembre 2015 causa C-105/14, propendendo per una qualificazione in termini processuali dell’istituto della prescrizione, ha sostenuto che la stessa è soggetta alla regola del “tempus regit actum”, che consente l’applicazione delle sopravvenienze ai processi pendenti, ancorchè comportanti un trattamento sanzionatorio meno favorevole per l’imputato rispetto alla disciplina vigente al momento del fatto. Sulla scorta di tali motivazioni, con la sentenza Taricco I del 2015 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in virtù del principio di primazia del diritto comunitario su quello nazionale, ha sancito l’obbligo del giudice nazionale di disapplicare la norma interna, allorchè la previsione di un termine massimo di durata della prescrizione non consente il rispetto degli obblighi di contribuzione al bilancio comunitario sanciti dall’art. 325 TFUE.

L’accoglimento di tale impostazione, per il nostro ordinamento, è stata ritenuta tuttavia suscettibile di sortire effetti in malam partem, rendendo punibili fatti altrimenti non sanzionabili in virtù del decorso della prescrizione.

Ciò ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale circa la compatibilità della sentenza Taricco I con i principi supremi della Costituzione, tra cui gli artt. 3, 11, 24, 25 comma 2, 27 comma 3 e 101 comma 2, in particolare prospettando una lesione del principio di legalità in materia penale, poiché tale istituto, pur non contribuendo a descrivere il precetto penale o le sanzioni ad esso correlate, è comunque un elemento suscettibile di influenzare le determinazioni del reo, ed in quanto tale è coperto dalle garanzie enunciate dall’art. 25 comma 2 Cost. sotto il profilo della prevedibilità delle conseguenze penali del fatto.

Ciò a ragione anche della circostanza per cui l’accoglimento della lettura interpretativa fornita dalla sentenza Taricco I non consente l’applicazione di un termine prescrizionale più lungo di quello previsto al tempo in cui la condotta fu commessa, dovendosi salvaguardare l’esigenza primaria di libertà di autodeterminazione dell’individuo.

Sulla base di tali motivazioni è stato operato un nuovo rinvio pregiudiziale della Corte Costituzionale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con l’ordinanza n. 24 del 2017 che, pur riconoscendo il primato del diritto dell’Unione Europea con riguardo alla disapplicazione del diritto interno contrastante ed incompatibile con il diritto europeo, ha ribadito, però, che devono essere salvaguardati i principi supremi dell’ordinamento italiano, come tali fondamentali ed inalienabili.

Tra questi vi rientra il principio di legalità in materia penale sancito dall’art. 25 comma 2 Cost, che è posto a presidio dei diritti inviolabili dell’individuo, per la parte in cui esige che le norme penali siano determinate e non abbiano in nessun caso portata retroattiva. Ciò posto, l’ordinanza rileva la differente impostazione, della Corte di Giustizia da un lato e dell’ordinamento italiano dall’altro, sulla natura dell’istituto della prescrizione, sottolineando che la natura sostanziale attribuita alla prescrizione dall’ordinamento interno non rientra, come materia, tra le competenze dell’Unione e le sue norme, e che pertanto non vi è alcuna esigenza di uniformità in ambìto europeo, essendo lo Stato italiano libero di attribuire alla prescrizione dei reati natura sostanziale in conformità alla sua tradizione costituzionale.

Fermi tali profili di incompatibilità tra la sentenza Taricco I e l’art. 25 comma 2 Cost., la Corte Costituzionale ha chiesto nell’ordinanza di rimessione alla Corte di Giustizia Europea di stabilire con chiarezza se vi è un obbligo di disapplicazione in capo al giudice nazionale, anche quando la regola è in contrasto con un principio cardine dell’ordinamento costituzionale dello Stato membro.

Posto tale quesito, la Corte Costituzionale ha altresì aggiunto che anche “se si dovesse ritenere che la prescrizione ha natura processuale, o che comunque può essere regolata da una normativa posteriore alla commissione del reato, ugualmente resterebbe il principio per cui l’attività del giudice chiamato ad applicarla deve dipendere da disposizioni legali sufficientemente determinate. Ed è in questo principio che si coglie un tratto costitutivo degli ordinamenti costituzionali di Stati membri di civil law: essi non affidano al giudice il potere di creare un regime legale penale, in luogo di quello realizzato dalla legge approvata dal Parlamento, e in ogni caso ripudiano l’idea che i tribunali penali siano incaricati di raggiungere uno scopo, pur legalmente predefinito, senza che la legge specifichi con quali mezzi e in quali limiti ciò possa avvenire”.

Con la sentenza Taricco II del 5 dicembre 2017 la Corte di Giustizia Europea, ribadendo l’operatività dell’art. 325 TFUE secondo cui vi è a carico degli Stati membri un obbligo di risultato specifico nell’applicazione delle norme europee, anche disapplicando le disposizioni interne che ostano all’applicazione di sanzioni effettive, ha però sottolineato che alla data dei fatti del caso il regime della prescrizione applicabile ai reati in materia di IVA non era stato oggetto di armonizzazione da parte del legislatore europeo e che, pertanto, l’Italia era libera di prevedere che l’istituto della prescrizione ricadesse nel diritto penale sostanziale, con le conseguenza in tema di rispetto del principio di legalità penale.

Pertanto viene enunciato un nuovo principio di diritto secondo cui “l’art. 325TFUE paragrafi 1 e 2 deve essere interpretato nel senso che esso impone al giudice nazionale di disapplicare, nell’ambito di un procedimento penale riguardante reati in materia di imposta sul valore aggiunto, disposizioni interne sulla prescrizione, rientranti nel diritto sostanziale nazionale, che ostino all’ inflizione di sanzioni penali effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione Europea o che prevedono, per i casi di frode grave che ledono tali interessi, termini di prescrizione più brevi di quelli previsti per i casi che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato a meno che una disapplicazione siffatta comporti una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile o dell’applicazione retroattiva di una norma che impone un regime di punibilità più severo rispetto a quello vigente al momento della commissione del reato”.

L’atto finale di questo dialogo fra corti è stato sancito lo scorso 10 aprile dalla Corte Costituzionale che con un comunicato ufficiale, riassumendo il giudizio a seguito del rinvio pregiudiziale della Corte di Giustizia, ha dichiarato infondate le questioni di legittimità costituzionale relative all’art. 2 della legge n. 130/2008 di autorizzazione di ratifica del Trattato di Lisbona là dove dà esecuzione all’art. 325TFUE, sancendo altresì che i giudici nazionali non sono tenuti ad applicare la “regola Taricco” sul calcolo della prescrizione, già stabilita dalla sentenza Taricco I del 2015, in materia di reati di Iva, per i quali rimangono invece applicabili le regole sancite dagli artt. 160 e 161 cod. pen.

Secondo i giudici costituzionali, con la sentenza Taricco II del dicembre 2017 è stato definitivamente stabilito che l’art. 325 TFUE, come interpretato nella sentenza del 2015, non è applicabile né ai fatti anteriori alla sentenza del 2015, né nei casi in cui il giudice nazionale ravvisi un contrasto con il principio di legalità in materia penale sancito dall’art. 25 comma 2 Cost. Alla luce di tale interpretazione viene sancita definitivamente dalla Corte Costituzionale la piena applicabilità della disciplina della prescrizione di cui agli artt. 160 e 161 cod. pen. ai reati in materia di Iva.

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