Il carattere strettamente accessorio della domanda di risarcimento danni

In Contratti, Diritto Civile
Tempo di Lettura: 2 minuti
Ordinanza n. 30763 della Corte di Cassazione, depositata in data  21.12.2017 [Leggi l’ordinanza]
Redatto dalla dott.ssa Roberta Mordà

L’ordinanza n. 30763 della Corte di Cassazione, depositata in data  21.12.2017, nasce dal seguente caso di specie: “La società X, in qualità di promissario venditore di immobile, chiedeva al Tribunale di  Palermo pronuncia di risoluzione del contratto preliminare di compravendita, per grave inadempimento, o in alternativa per violazione del termine essenziale da parte della società Y, promissaria acquirente, che non aveva provveduto alla conclusione del definitivo entro il termine prestabilito; parte attrice chiedeva, altresì, l’immediata restituzione di codesto immobile, già detenuto dalla società convenuta e risarcimento del danno per  il periodo di anticipata occupazione dello stesso.  Avverso la decisione di rigetto delle domande appena enunciate, emessa da codesto Tribunale, parte attrice proponeva appello.

La Corte d’Appello rigettava l’appello in via principale ed accoglieva  la domanda, proposta in via incidentale dalla convenuta società Y,  di  adempimento dell’obbligazione di controparte relativa al trasferimento della proprietà dell’immobile ai sensi dell’art. 2932 c.c.

La società X proponeva ricorso in Cassazione per omessa pronuncia sulla richiesta di risarcimento danni e per difetto di motivazione in ordine all’entità dell’importo riconosciuto in proprio favore dall’organo giudicante, in ragione della pregressa ed anticipata detenzione dell’immobile.

Il primo capo del ricorso veniva rigettato sulla base del fatto che l’accoglimento della domanda accessoria di risarcimento danno presuppone l’accertamento di un inadempimento imputabile,  il quale non si configura in caso di mancanza di colpa, di inadempimento di scarsa importanza o, a fortiori, di assenza dell’inadempimento stesso, poiché, il danno costituisce conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento ai sensi dell’art. 1223 c.c., in  virtù del nesso eziologico che intercorre tra i due istituti. Nel caso in esame, la Suprema Corte precisava che nel merito non  era stato riscontrato alcun inadempimento a carico della società promissaria acquirente.

Il secondo capo del ricorso veniva  respinto in quanto l’ammontare della somma che la società acquirente avrebbe dovuto corrispondere alla società venditrice, per l’anticipata disponibilità dell’immobile, non doveva essere determinato dal momento della pronuncia in I grado,  bensì a partire dal suo passaggio in giudicato, atteso che solo attraverso il configurarsi del giudicato la sentenza ex art. 2932 c.c. produce l’effetto traslativo della proprietà dell’immobile, nonché l’ingresso dell’immobile nel patrimonio dell’acquirente.

La tesi avvalorata dalla più recente giurisprudenza di legittimità si fonda sul fatto che la pronuncia di rigetto del risarcimento danni, richiesto da una parte processuale, è insita ed implicita nella decisione di rigetto della domanda di risoluzione per inadempimento, in virtù del fatto che l’inadempimento stesso non è stato accertato; a sostegno delle proprie argomentazioni, richiama un datato filone giurisprudenziale (Corte di Cassazione, 7.12.1973, n. 3334; Corte di Cassazione, Sez. Lav. 30.7.1979, n. 4489). Pertanto, il principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte è quello secondo cui è escluso un vizio di omessa pronuncia da parte dell’organo giudicante quando il rigetto di una domanda sia implicito nella costruzione logico-giuridica della sentenza, nonostante la mancata statuizione specifica sul punto. (sent. Consiglio di Stato n. 8 del 4 gennaio 2015).

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