GUIDA PRATICA: il contratto di mutuo

In Guida Pratica
Approfondimento a cura del Dott. Marco Formica

Il contratto di mutuo è definito dall’art. 1813 c.c. come il “contratto col quale una parte (mutuante) consegna all’altra (mutuatario) una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità”.

Nell’attuale realtà economica, anche se l’oggetto del contratto può riferirsi al denaro o a cose fungibili, la figura maggiormente diffusa è certamente quella avente ad oggetto una somma di denaro.

Per quanto concerne la natura giuridica, il contratto di mutuo ha natura reale e, dunque, esso si perfeziona con la consegna del denaro o delle cose fungibili.

L’elemento della consegna della cosa mutuata ricorre anche nel caso in cui la consegna sia stata eseguita dal mutuante non direttamente al mutuatario, ma ad un terzo, in pagamento di un un’obbligazione dello stesso mutuatario.

Oltre alla realità, anche l’obbligazione restitutoria costituisce un elemento essenziale della fattispecie.

A ben vedere, infatti, in assenza di tale elemento il negozio coinciderebbe, laddove gratuito, con una donazione e, laddove oneroso, con un contratto di compravendita o con altro contratto di scambio.

Il contratto di mutuo, inoltre, è un contratto traslativo considerato che trasferisce la proprietà delle cose date in mutuo.

A tal proposito, l’art. 1814 c.c. prevede che “le cose date a mutuo passano in proprietà del mutuatario” e, dunque, la fattispecie contrattuale è ad effetti reali, posto che la consegna delle cose è effettuata a titolo di proprietà.

Esso, inoltre, è un contratto a causa variabile in ragione del fatto che può essere a titolo oneroso o a titolo gratuito.

Tuttavia, l’art. 1815 c.c. lo connota quale contratto naturalmente oneroso “salvo diversa volontà delle parti”.

Dunque, uno degli obblighi della parte mutuataria è quella di pagare al mutuante gli interessi, salvo che la gratuità non sia stata espressamente convenuta o non sia deducibile da fatti concludenti.

La misura degli interessi è rimessa alla libera determinazione delle parti che, per l’espresso richiamo all’art. 1284 c.c. operato dall’art. 1815 c.c., dovrà essere determinata per iscritto nel caso in cui venga superata la misura legale.

In assenza di tale pattuizione scritta, l’art. 1284, terzo comma, c.c. prevede che gli interessi saranno dovuti nella misura legale e, anche in considerazione degli artt. 1339 e 1419, secondo comma, c.c., non si produce la nullità dell’intero contratto (che comporterebbe, di regola, il sacrificio dell’interesse della parte debole del rapporto e, dunque, del mutuatario).

Limite insuperabile per l’autonomia negoziale è rappresentato dal divieto degli interessi usurari sancito dall’art. 1815, secondo comma, c.c. che prevede la nullità della relativa clausola, con la conseguenza che non saranno dovuti interessi.

I tassi di interesse più comunemente utilizzati nei contratti di mutuo aventi ad oggetto somme di denaro sono: il tasso fisso, il tasso variabile e il tasso misto.

Il mutuo a tasso fisso ha la caratteristica di determinare il medesimo tasso di interesse per tutta la durata del rapporto contrattuale.

Tale tipologia di tasso viene fissato al momento della stipula in base all’EURIRS (detto anche IRS), diffuso giornalmente dalla Federazione Bancaria Europea e pari ad una media ponderata delle quotazioni alle quali le banche operanti nell’Unione Europea realizzano l’Interest Rate Swap (il tasso di interesse applicato alle intese sottoscritte dagli istituti di credito allo scopo di tutelarsi contro l’eccessivo incremento dei tassi di interesse dei mercati finanziari).

Concretamente, il tasso fisso verrà determinato dalla sommatoria dell’EURIRS con lo spread, ovvero la quota di guadagno della Banca.

Il mutuo a tasso variabile, invece, è caratterizzato da un tasso di interesse mutevole nel tempo in quanto legato alla variazione di uno specifico indice finanziario di riferimento, specificato nel contratto.

Da ciò deriva che l’importo della rata può, nel tempo, variare in aumento ovvero in diminuzione a seconda dell’andamento del mercato finanziario e, in particolare, dell’EURIBOR o del tasso BCE. Il primo è diffuso giornalmente dalla Federazione Bancaria Europea ed è identificabile, per diverse scadenze, nel saggio di interesse medio che applicano tra loro le varie banche europee nelle transazioni finanziarie a termine, effettuate sul mercato interbancario; il secondo corrisponde, invece, al tasso al quale la Banca Centrale Europea concede i prestiti alle Banche operanti nell’Unione Europea.

Anche in questo caso, al tasso variabile andrà poi sommato lo spread applicato dalla Banca.

Tutele contro gli aumenti del tasso sono rappresentate dal: i) tasso variabile cap, che permette di fissare nel contratto un tetto massimo al tasso di interesse che, in caso di oscillazioni verso l’alto, non potrà mai oltrepassare il limite prestabilito nel contratto; ii) tasso variabile a rata costante, che consente, da un lato, di fissare sin dall’origine l’importo della singola rata, che resta costante per tutta la durata del rapporto contrattuale, e dall’altro, di variare la durata del finanziamento, che si riduce o si allunga in funzione all’aumento o alla diminuzione del tasso base a cui fa riferimento il mutuo (con conseguente variazione del piano di ammortamento iniziale).

Il mutuo a tasso misto, infine, ha la peculiarità che il tasso di interesse può esser variato da fisso a variabile, o viceversa, a precise scadenze e condizioni stabilite nel contratto.

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