GUIDA IN STATO DI EBBREZZA: la sanzione della revoca della patente ha natura amministrazione

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, sezione quarta, sentenza n.23171 del 11/05/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Roberta Postiglione

La Suprema Corte, con la sentenza dell’11 maggio 2017, n. 23171, relativamente al reato di guida in stato di ebbrezza, ha affermato che la sanzione amministrativa della revoca della patente di guida ex art. 186, co. 2 bis, D.L.vo 285/1992, ha natura amministrativa, pur se irrogata dal giudice penale, ritenendo, in tal modo, di non potersi accedere alla nozione sanzione penale, fornita dalla giurisprudenza dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Di conseguenza, l’obbligatorietà della stessa è riconducibile alla legittima discrezionalità del legislatore, in quanto ragionevolmente prevista in caso di accertamento del reato nella sua forma più offensiva.

Con ricorso per cassazione, l’imputato censurava la sentenza del Tribunale di Milano, con la quale veniva applicata la pena concordata tra le parti per il reato di cui all’art. 186, co.2, lett. c), 2 bis e 2 sexies, D.L.vo 285/1992, limitatamente al punto concernente la sanzione amministrativa accessoria.

Nell’atto di impugnazione si deduceva l’illegittimità costituzionale dell’art. 186, co. 2 bis del Codice della strada, in relazione agli artt. 3 e 27 Cost., per la mancata previsione della discrezionalità del giudice nell’irrogazione della sanzione della revoca della patente di guida, sul presupposto che si tratti di sanzione sostanzialmente penale, nella accezione fornita alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, ed in quanto tale soggetta ai principi costituzionali in materia penale.

L’irrogazione obbligatoria di tale sanzione accessoria non consentirebbe una valutazione di congruità della stessa rispetto al caso concreto, eludendo così i principi di colpevolezza, ragionevolezza e proporzionalità della pena.

La Suprema Corte dichiara manifestamente infondata la dedotta questione di legittimità costituzionale, sottolineando innanzitutto come, la nozione di pena in senso sostanziale sia stata elaborata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU 04/03/14, Grande Stevens c. Italia) al fine precipuo di garantire l’applicazione dei principi di cui all’art. 6 e 7 della CEDU (divieto di bis in idem e principio di legalità), anche a quelle sanzioni che, pur non avendo formalmente la natura di pena, siano nella sostanza equiparabili alla stessa.

A sostegno di tale assunto, la Corte di Cassazione cita la pronuncia n. 49/2015 della Consulta, nella quale si chiarisce che, “rientra nella discrezionalità del legislatore nazionale di adottare gli strumenti sanzionatori che risultino più adeguati rispetto all’illecito penale posto in essere […]. La capacità di scelta in capo al legislatore sarebbe, altrimenti, limitata dal giudice europeo tutte le volte in cui questa attiri una sanzione formalmente amministrativa nell’alveo della materia penale, mettendo a rischio il canone della discrezionalità legislativa e del principio costituzionale della sussidiarietà penale”.

Non è possibile, dunque, a parere dei giudici della legittimità, affermare che dalla pronuncia della Corte EDU richiamata, possa trarsi in termini generali ed astratti un principio di tendenziale equiparazione della sanzione amministrativa a quella penale.

Al contrario, una corretta applicazione dei principi convenzionali porta ad un’attenta disamina delle peculiarità del caso concreto.

Nella fattispecie in esame la previsione della sanzione della revoca della patente di guida non viola il principio del ne bis in idem, “posto che l’irrogazione di una sanzione amministrativa accessoria in un processo definito ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen. non equivale a dire che l’imputato sia sottoposto ad un procedimento amministrativo e ad un procedimento penale per il medesimo fatto, godendo egli delle garanzie del giusto processo”.

Inoltre, la ricorrenza di alcuni caratteri comuni non comporta la caldeggiata equiparazione, tanto più qualora, come nel caso che qui interessa, siano previste cumulativamente una serie di sanzioni (detentiva, pecuniaria, interdittiva) a tutela di interessi eterogenei, come tali non sovrapponibili.

In definitiva, sottolinea la Corte di Cassazione che la previsione della sanzione accessoria obbligatoria, non può essere configurata in termini di irragionevolezza, in quanto, appunto, fondata su differenti natura e finalità rispetto alle sanzioni penali.

 

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