Finanziamento illecito ai partiti

In Diritto penale commerciale
Tempo di Lettura: 2 minuti
Cassazione, sentenza 24158/2018
Redatto dal dott. Gabriele Marasco

Il finanziamento illecito ai partiti può configurarsi tanto attraverso erogazioni di denaro, quanto attraverso atti abdicativi a diritti di credito (c. d. operazioni indirette).

 

Con la sentenza 24158/2018 la Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso che ha ad oggetto accuse di peculato e di violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti politici, nei confronti di alcuni consiglieri regionali, in relazione all’utilizzo da parte di costoro di contributi erogati dall’ente territoriale in favore dei gruppi che componevano il Consiglio Regionale.

In relazione alle accuse di finanziamento illecito ai partiti, la Consulta afferma che, nella specie, le condotte ipotizzate integrano una violazione della l. 195/74, in quanto hanno comportato l’utilizzo di denaro pubblico stanziato dal Consiglio regionale – che è organo della P.A. – a scopo di finanziamento diretto o indiretto del partito di riferimento dei Gruppi.

Infatti, il reato in questione può essere commesso tanto con erogazioni di denaro in favore dei partiti (e in tal caso si parla di operazione diretta), quanto con operazioni indirette, che, cioè, comunque comportino l’accrescimento del patrimonio di tali organismi, come per esempio attraverso rinunzie o remissioni di debito.

Il patrimonio di un partito, infatti, può essere arricchito “sia dall’afflusso di nuovo denaro, sia da atti abdicativi a diritti di credito, in quanto tali atti rendono disponibili per altri impieghi proprio quelle risorse che altrimenti avrebbero dovuto essere assorbite dall’adempimento dei debiti assunti”.

In relazione al reato di peculato, invece, in questa sede la Corte ha l’opportunità di consolidare un proprio precedente orientamento, in base al quale integra il delitto di peculato l’utilizzazione di denaro pubblico accreditato su un capitolo di bilancio intestato a “spese riservate”, quando non si dia una giustificazione certa e puntuale del suo impiego per finalità strettamente corrispondenti alle specifiche attribuzioni e competenze istituzionali del soggetto che ne dispone.

In tema di spesa pubblica, infatti, vengono in rilievo i principi dettati dagli artt. 3, 81, 97, 100 e 103 Cost., dalla cui sintesi emerge che sussiste un generale obbligo di giustificazione della spesa secondo le precipue finalità istituzionali, mentre, al contrario, sarebbe incostituzionale, per violazione delle norme richiamate, un potere di spesa di denaro pubblico sottratto ad ogni tipo di controllo amministrativo e/o giurisdizionale.

Inoltre, sotto il profilo della prova, sul versante sostanziale, vi è un inversione dell’onus probandi, in quanto il legislatore ha predisposto una sorta di automatismo tra la mancata prova documentale della singola spesa e la sussistenza del reato. Questo perché la giustificazione causale della singola spesa è condizione di liceità dell’utilizzazione di denaro pubblico.

Tuttavia, sul versante processuale, in mancanza di una sicura giustificazione per la spesa pubblica, il dipendente pubblico sarà responsabile sicuramente da un punto di vista contabile-amministrativo, ma, in ordine alla responsabilità penale, occorrerà sempre provare un quid pluris per accertare l’effettiva appropriazione delle somme di denaro e, quindi, l’effettiva lesività della condotta ai danni della P.A..

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