FALSO VALUTATIVO: continua ad avere rilievo penale

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, Sezioni unite, sentenza n. 22474 del 27/05/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Giuseppina Verbena

La Cassazione penale, a Sezioni Unite, con sentenza n. 22474/2016, ha affermato il principio di diritto secondo cui il reato di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, sussiste se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni.

Il caso di specie riguarda il fallimento di una s.p.a.; più precisamente, la condanna del Tribunale aquilano, confermata dalla Corte d’Appello, dell’amministratore e dell’amministratore di fatto della predetta società, rispettivamente per i reati di cui agli artt. 216, primo comma, nn. 1 e 2, 219, primo comma e secondo comma, n. 1, 223 l. fall, L. Fall., art. 223, comma 2, n. 1, con riferimento all’art. 2621 c.c. e  L. Fall., art. 216, comma 1, n. 2, art. 219, commi 1 e 2, L. Fall., art. 223. Entrambi: L. Fall. art. 216, comma 1, n. 2, art. 219, commi 1 e 2, art. 223.

Dalla sentenza emessa dal Tribunale aquilano, emerge che entrambi gli amministratori perpetravano condotte distrattive di somme di denaro, sia prelevandole direttamente, sia emettendo sine titulo assegni della società, sia incassando assegni destinati alla stessa ma non lasciando traccia del relativo importo nelle scritture contabili, sia appostando in bilancio falsi esborsi.

In particolare, l’amministratore della società poneva in essere false comunicazioni sociali, tali da ingannare i destinatari delle stesse cagionando in tal modo, il dissesto della società (L. Fall., art. 223, comma 2, n. 1, e art. 2621 c.c.). Le predette false comunicazioni sociali erano volte a riportare, tra i costi di produzione del bilancio 2003, voci fittizie nonché ad informare il pubblico dell’avvenuta ricostituzione del capitale sociale della società contrariamente al vero.

Entrambi gli amministratori hanno proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello.

La Quinta Sezione penale, cui erano stati assegnati i ricorsi ratione materiae, con ordinanza depositata in data 4 marzo 2016, ha rimesso alle Sezioni Unite la questione in ordine al seguente quesito: “Se, in tema di false comunicazioni sociali, la modifica con cui la L. 27 maggio 2015, n. 69, art. 9, che ha eliminato, nell’art. 2621 c.c., l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, abbia determinato un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie, ovvero se tale effetto non si sia verificato”.

Il quesito, dunque, mira a sapere se, in tema di false comunicazioni sociali, abbia ancora rilievo il falso valutativo. Si riporta di seguito il testo previgente dell’art. 2621 c.c.:

“Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino a due anni.”

A tal riguardo ci sono state pronunce giurisprudenziali contrapposte, che hanno dato luogo al contrasto; da un lato, si pongono le sentenze n. 33774 del 16/06/2015, ric. Crespi, Rv. 264868 e n. 6916 del 08/01/2016, ric. Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv. 265492; dall’altro, la sentenza n. 890 del 12/11/2015, dep. 2016, ric. Giovagnoli, Rv. 265491.

Le prime due pronunzie sottolineano la significativa soppressione dell’inciso predetto, che ha determinato l’abrogazione parziale del reato di falso in bilancio con riferimento ai così detti falsi “valutativi” (o “estimativi”). Si sarebbe dunque verificata una vera e propria successione di leggi penali con effetto abrogativo e l’esplicito riferimento ai “fatti materiali” contenuto nell’art. 2621 cod. civ. starebbe ulteriormente a provare che il legislatore ha voluto escludere dal perimetro della repressione penale le attestazioni conseguenti a processi intellettuali di carattere, appunto, valutativo.

Secondo la sentenza Giovagnoli, l’eliminazione dell’inciso deve ritenersi priva di conseguenze, da considerare non essenziale, in quanto semplicemente atto a meglio descrivere e specificare la condotta di reato. Inoltre, precisa il concetto di “rilevanza” ai fini del falso in bilancio, definendo rilevante l’informazione “quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori, sulla base del bilancio dell’impresa”. Il falso, insomma, deve essere tale da alterare in misura apprezzabile il quadro d’insieme e deve avere la capacità di influire sulle determinazioni dei soci, dei creditori o del pubblico. Da questo punto di vista, la rilevanza altro non è che la pericolosità conseguente alla falsificazione.

La L. 27 maggio 2015, n. 69, dunque, prevede che il giudice dovrà operare (in concreto) una valutazione di causalità ex ante, vale a dire che dovrà valutare la potenzialità decettiva della informazione falsa contenuta nel bilancio e, in ultima analisi, dovrà esprimere un giudizio prognostico sulla idoneità degli artifizi e raggiri contenuti nel documento contabile, nell’ottica di una potenziale induzione in errore. Tale rilevanza, proprio perché non più ancorata a soglie numeriche predeterminate, ma apprezzata dal giudicante in relazione alle scelte che i destinatari dell’informazione (soci, creditori, potenziali investitori) potrebbero effettuare, connota la falsità di cui agli artt. 2621, 2621 bis 2622 c.c.. Essa, dunque, deve riguardare dati informativi essenziali, idonei ad ingannare ed a determinare scelte potenzialmente pregiudizievoli per i destinatari.

Alla luce delle suesposte considerazioni, la Cassazione penale, a Sezioni Unite, con sentenza n. 22474/2016, ha affermato che, pur dopo le modifiche apportate dalla nuova normativa, (anche) in tema di false comunicazioni sociali, il falso valutativo mantiene il suo rilievo penale.

In particolare, ha enunciato il seguente principio di diritto: “Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni”.

La Cassazione penale, S.U. rigetta i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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