FALLIMENTO: il termine per la riassunzione decorre dalla dichiarazione di interruzione da parte del giudice

In Fallimentare
Cassazione civile, sezione sesta, ordinanza n.5288 del 2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Antonio Severino

Con l’ordinanza n. 5288/2017 la Corte di Cassazione si esprime sul regime dell’interruzione prevista dall’art. 43 l.fall., affermando che: « l’art. 43, comma 3, l.fall. va interpretato nel senso che, intervenuto il fallimento, l’interruzione è sottratta all’ordinario regime dettato in materia dall’art. 300 c.p.c., nel senso, cioè, che è automatica e deve essere dichiarata dal giudice non appena sia venuto a conoscenza dall’evento, ma non anche nel senso che la parte non fallita sia tenuta alla riassunzione del processo nei confronti del curatore indipendentemente dal fatto che l’interruzione sia stata, o meno, dichiarata».

Nel caso oggetto d’esame della S.C. gli attori proponevano opposizione al decreto ingiuntivo notificato loro da una società, successivamente dichiarata fallita e che non era comparsa alla prima udienza di trattazione. Il giudice di primo grado, a seguito dell’intervento volontario del curatore, ha dichiarato l’estinzione del processo per omessa riassunzione, essendosi realizzato l’evento interruttivo di cui all’art. 43 l.fall., il quale prevede, appunto, l’interruzione del processo a seguito della dichiarazione di fallimento.

Nel successivo giudizio di secondo grado, la Corte d’appello di L’Aquila, ha confermato quanto deciso in prima istanza, ritenendo che l’interruzione ex art. 43 l.fall., terzo comma, operi ipso iure contestualmente alla dichiarazione di fallimento, dovendosi considerare tutta l’attività processuale successiva alla suddetta dichiarazione nulla, compreso anche il provvedimento di rinvio dell’udienza. La Corte ha, inoltre, considerato inidonei alla prosecuzione del giudizio la notifica al Fallimento dell’atto di citazione originario e del verbale di prima udienza di trattazione, nonché il successivo ricorso per la riassunzione del processo notificato dagli opponenti al curatore dal momento che l’atto in questione non conteneva  né la richiesta al giudice di fissare un’udienza per la prosecuzione del processo né tantomeno la vocatio in ius con l’invito a comparire del Fallimento e che pertanto andava condivisa la decisione del giudice di primo grado di accogliere l’eccezione di estinzione sollevata dal curatore.

La sentenza è stata, quindi, impugnata dai soccombenti tramite ricorso per cassazione.

La Corte di Cassazione, diversamente dal giudice di secondo grado, ha ritenuto che, ferma restando l’automaticità dell’evento interruttivo di cui al comma terzo dell’art. 43 l.fall., il termine perentorio per la riassunzione del giudizio decorrera dal momento necessariamente successivo in cui il giudice dichiari l’interruzione del processo, non appena sia venuto a conoscenza del fallimento. La parte non fallita, pertanto, non è tenuta alla riassunzione del processo indipendentemente dal fatto che l’interruzione sia stata o meno dichiarata.

Nel caso di specie, in cui il giudice di primo grado non aveva dichiarato l’interruzione, il termine per la riassunzione del processo nei confronti della curatela è da considerarsi mai iniziato a decorrere.

L’interpretazione della norma effettuata dai giudici della S.C. va oltre gli orientamenti espressi sul tema dalla Corte Costituzionale (21.1.2010, n. 17), ritenendo che il termine per la riassunzione per la parte non fallita decorra non già «dalla data di effettiva conoscenza dell’evento interruttivo», ma dalla dichiarazione di interruzione da parte del giudice.

La Corte ha ritenuto, infine, che l’atto notificato al curatore fosse da ritenersi idoneo alla prosecuzione del processo, in quanto contenente la chiara volontà degli opponenti di proseguire il processo nei confronti del Fallimento, mentre la mancanza di un periodo conclusivo contenente l’invito al Fallimento a comparire integra una nullità sanabile ex art. 164 II comma c.p.c.

La Corte, pertanto, ha cassato la sentenza impugnata con rinvio della causa, ai sensi dell’art. 352 secondo comma,  al Tribunale di L’Aquila.

 

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