FALLIMENTO: qual è il termine per contestare l’ammissione al passivo del credito altrui?

In Fallimentare
Cassazione civile, sezione prima, ordinanza n.8869 del 05/04/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Domenico Pio Donato Lorusso

In materia di fallimento, la Suprema Corte, con ordinanza n. 8869 del 05/04/2017 ha statuito che “L’impugnazione del credito ammesso a favore di un terzo può essere proposta dal creditore tardivo – contestualmente alla dichiarazione tardiva del suo credito ove si sia in presenza di situazioni soggettive tra loro in conflitto – entro sei mesi dalla chiusura dello stato passivo, unica eccezione essendo rappresentata dalla non conoscenza del processo fallimentare, della cui prova è onerato il creditore”.

Nel provvedimento in esame la Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto da un avvocato, il quale aveva chiesto di essere ammesso al passivo del fallimento di una società, per crediti derivanti da prestazioni professionali.

L’istanza presentata è stata rigettata in quanto il giudicato si era già formato sul credito già ammesso al passivo a favore di un altro avvocato.

Proposta opposizione ed impugnato quest’ultimo credito, il Tribunale di Milano ha dichiarato l’inammissibilità per tardività dell’impugnazione e l’ha rigettato nella parte direttamente involgente la pretesa azionata.

Il ricorso per cassazione si fonda sulla violazione e/o falsa applicazione degli artt. 98-101 L.F. in tema di opposizione e impugnazioni contro il decreto di esecutività dello stato passivo.

In particolare, con l’impugnazione si contesta la domanda accolta di creditore o un altro concorrente.

Legittimato attivo è, oltre al curatore, un qualsiasi creditore ammesso al passivo.

Ai sensi dell’art. 99 L.F. l’impugnazione deve essere proposta con ricorso entro 30 giorni dalla comunicazione relativa all’esecutività dello stato passivo a tutti i creditori ammessi.

È evidente la differenza con l’opposizione, con la quale un creditore escluso chiede di essere ammesso.

Fatti questi brevi cenni sulla normativa, occorre sottolineare che, nel caso di specie, il ricorrente non è stato destinatario della comunicazione (art. 99 L.F.) e, pertanto, non poteva impugnare il credito.

La Corte però si sofferma su un orientamento giurisprudenziale secondo cui il creditore insinuato tardivamente non potrebbe essere ricompreso tra i legittimati all’impugnazione.

Tale orientamento deve ritenersi ormai superato visto che, venuto meno l’art. 100 L.F. (e il suo termine di 15 giorni dal deposito dello stato passivo), oggi le domande tardive (quelle presentate oltre il termine di 30 giorni dall’udienza) sono soggette al procedimento di accertamento dell’art. 95 L.F. riconoscendo al creditore tardivo la possibilità di impugnare il credito altrui.

Inoltre nella sentenza i giudici si sono domandati che cosa accada nel caso in cui il creditore tardivo non impugna il credito ammesso nel termine previsto dall’art. 99 L.F.

In tal caso è venuta in rilievo una evidente lacuna che la Suprema Corte ha risolto tramite un’analogia. Infatti si richiama l’art. 327 c.p.c. secondo cui le impugnazioni ordinarie non possono essere più proposte se sono decorsi 6 mesi dalla pubblicazione della decisione.

Questa norma ha permesso di affermare il seguente principio: ” l’impugnazione del credito ammesso a favore di un terzo può essere proposta dal creditore tardivo – contestualmente alla dichiarazione tardiva del suo credito ove si sia in presenza di situazioni soggettive tra loro in conflitto – entro sei mesi dalla chiusura dello stato passivo”.

Ciò è possibile solo in caso di non conoscenza del processo fallimentare, della cui prova è onerato il creditore.

In conclusione, in caso di pretese creditorie in conflitto tra loro, il creditore tardivo che intende contestare l’ammissione del credito altrui deve agire nel termine di sei mesi dalla chiusura dello stato passivo.

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