FALLIMENTO: la sentenza dichiarativa di fallimento è insindacabile da parte del Giudice Penale

In Fallimentare
Cassazione penale, sezione quinta, sentenza n.10033 del 01/03/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Luigi Spetrillo

“La sentenza di fallimento non può essere sindacata dinanzi al giudice penale nemmeno per eventuali errori commessi nel procedimento che ha portato alla sua emanazione – come nel caso specifico la mancata notifica dell’istanza di fallimento o la pronuncia della sentenza da parte del giudice incompetente – in quanto tali errori devono essere fatti valere nella sede propria, costituita dal reclamo avverso la sentenza di fallimento, da proporsi innanzi alla Corte di Appello”.

Con sentenza del Tribunale di Frosinone, successivamente confermata dalla Corte di Appello di Roma, i ricorrenti venivano condannati per i reati di bancarotta patrimoniale e documentale.

Avverso la sentenza di appello veniva proposto ricorso per cassazione.

In particolare, uno dei due imputati lamentava la violazione degli artt. 24 e 25 Cost. in quanto la sentenza dichiarativa di fallimento era stata emessa dal giudice territorialmente incompetente, dato che la fallita, almeno due anni prima della pronuncia della declaratoria di insolvenza, aveva trasferito la propria sede legale in altra regione.

Il ricorrente deduceva inoltre che il ricorso di fallimento non era mai stato notificato all’imputato e che su tale circostanza, benché eccepita in sede penale, i giudici di merito avevano fornito delle motivazioni inappropriate.

Le doglianza, così come rappresentate, venivano tuttavia respinte dalla Corte di Legittimità ed il ricorso veniva dichiarato inammissibile per manifesta infondatezza.

Ed invero, argomentava la Cassazione, a mente del granitico orientamento di legittimità, inaugurato dalle Sezioni Unite[i] e confermato da diverse pronunce delle Sezioni Semplici[ii], il giudice penale investito dei reati di cui agli artt. 216 e ss L.F. non può in alcun modo sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento, sia per quanto riguarda il presupposto oggettivo dello stato di insolvenza ex art. 5 L.F. sia per i requisiti soggettivi dell’imprenditore commerciale fallibile ex art. 1 L.F.

La sentenza di fallimento, infatti, costituisce il presupposto formale perché possano essere prese in considerazione le condotte criminose dell’imprenditore precedenti la procedura concorsuale; essa costituisce inoltre un elemento della fattispecie criminosa, non sindacabile dal giudice penale.

Sul punto viene infatti richiamato quanto sancito dalle Sezioni Unite nel 2008, secondo cui il giudice penale non ha alcun potere di sindacato su di un provvedimento giudiziale emesso in una diversa sede, dovendosi limitare a verificare l’esistenza dell’atto e la sua validità formale.

Il Giudice penale, infatti, non può esercitare in alcun modo una verifica, seppur di legittimità, sulla sentenza di fallimento, poiché questa può essere messa in discussione solo con i rimedi impugnatori previsti dall’ordinamento, siano essi ordinari o straordinari.

Pertanto, ne consegue che la sentenza dichiarativa di fallimento non può essere riformata o cassata in alcun modo dalla giurisdizione penale, nemmeno in caso di vizi procedurali attinenti la sua emissione, quali la pronuncia da parte del Giudice incompetente piuttosto che la mancata notifica dell’istanza di fallimento al legale rappresentate della società.

I suddetti vizi, conclude la Cassazione, dovevano essere fatti valere nella sedes materia opportuna, costituita dal reclamo ex art. 18 L.F. innanzi alla competente Corte di Appello.

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[i] Cass. S.U. n. 19601 del 28/2/2008: “Agli effetti delle norme incriminatrici relative ai reati fallimentari di bancarotta la sentenza dichiarativa di fallimento rileva esclusivamente in quanto provvedimento giurisdizionale mentre deve escludersi che i fatti ivi accertati rientrino nella struttura della fattispecie penale sanzionata. Ne consegue l’insindacabilità del giudicato del giudice fallimentare da parte del giudice penale, che deve limitarsi alla verifica dell’esistenza giuridica dell’atto, di guisa del fatto che i presupposti normativi della dichiarazione di fallimento non sono suscettibili di costituire disposizioni extra-penali integrativi del fatto-reato”.

[ii] Ex Multis Cass. Pen.  Sez. V nn. 9279 dell’ 8/01/2009 e 40404 dell’ 8/5/2009 “Il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex artt. 216 e seguenti R.D. 16 marzo 1942, n. 267 non può sindacare la qualità di imprenditore assoggettabile alla procedura fallimentare accertata con la sentenza dichiarativa di fallimento”.

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