FALLIMENTO: i crediti a favore dell’amministratore delegato non sono privilegiati poichè la sua attività non rientra nella prestazione d’opera intellettuale

In Fallimentare
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.16834 del 21/02/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Lorenzo Mariconda 

L’opus dell’amministratore delegato non è, a differenza di quello del prestatore d’opera, determinato dai contraenti preventivamente, né è determinabile aprioristicamente, identificandosi con la stessa attività d’impresa. Per tale motivo, non può considerarsi, contrariamente a quanto previsto dall’art. 2222 c.c, come un’obbligazione di risultato e, pertanto, non può essere sottoposto alla disciplina di quest’ultima: il credito da esso derivante sarà, dunque, di natura chirografaria e non privilegiata.

Questa è l’interessante conclusione cui è giunta la Corte di Cassazione con la sentenza n. 16834/2017 in tema di crediti a seguito di fallimento, rigettando il ricorso proposto dinanzi a sé.

Il dirigente di una società dichiarata fallita chiedeva l’ammissione al passivo per le somme dovutegli, qualificandole come crediti derivanti da un rapporto di lavoro subordinato, seppure avesse rivestito la carica di amministratore delegato; in via subordinata tali crediti venivano considerati come derivanti da attività svolta all’interno del contratto di prestazione d’opera intellettuale. In entrambe le ipotesi, secondo la formulazione del ricorrente, le somme, ai sensi dell’art.2751- bis, n. 1-2, c.c. sarebbero state sottoposte alla natura di privilegio ex lege.

Nonostante tale ricostruzione, il giudice adito, dopo aver quantificato le spettanze del richiedente, dichiarava il credito di natura chirografaria. Anche la successiva opposizione allo stato passivo veniva rigettata dal tribunale di Ivrea. I giudici di merito sottolineavano, infatti, come l’attività lavorativa descritta dall’opponente non potesse che qualificarsi come esecuzione del ruolo di amministratore delegato, senza che a questo potesse conseguire l’applicazione delle norme sul lavoro subordinato ovvero quelle sul lavoro autonomo ex art. 2222 c.c.. Il lavoro subordinato sarebbe stato, infatti, da escludersi in quanto non era dimostrato l’assoggettamento della sede italiana, avente comunque una certa autonomia, a quella francese, pur riconosciuta come centro principale. Inoltre, evidenziava ancora il giudice dell’opposizione, la prestazione gestoria non sarebbe stata qualificabile come contratto d’opera o prestazione d’opera intellettuale, per la mancanza del fondamentale requisito di cui all’art. 2222 c.c., vale a dire la natura di obbligazione di risultato, con conseguente sopportazione del rischio. Infine, avendo l’amministratore delegato concorso a causare la crisi d’impresa, anche per una ragione di equità risultava coerente non concedere un credito privilegiato.

Attraverso quattro motivi, l’attore proponeva ricorso per cassazione.

I primi due motivi, incentrati sulla mancata qualificazione dell’attività quale lavoro subordinato, nonché sull’errata valutazione degli elementi istruttori, vengono dichiarati inammissibili dal Giudice di Legittimità. Infatti, nella pronuncia si sottolinea come non si tratti di un giudizio sull’astratta possibilità che un amministratore delegato possa essere al contempo anche lavoratore subordinato, ma, semplicemente, di una valutazione sulla corretta qualificazione del rapporto di lavoro in base all’attività concretamente svolta dal soggetto interessato: nel caso di specie, l’analisi compiuta dal giudice di merito sarebbe stata supportata da un’esaustiva giustificazione e, pertanto, non sindacabile in sede di legittimità.

Con il terzo motivo il ricorrente lamentava la violazione del combinato disposto degli artt. 61 e 69 del d.lgs. n. 276/2003, in quanto, trattandosi di collaborazione continuativa senza preventiva indicazione di uno specifico progetto, secondo la lettera di tali disposizioni, avrebbe dovuto essere equiparata ad un rapporto di lavoro subordinato. Tale censura viene dichiarata manifestamente infondata, dal momento che la norma non è applicabile al caso di specie, in quanto relativa solo ed esclusivamente alla disciplina dei gruppi di società, ipotesi ivi non sussistente né mai allegata dal ricorrente.

Infine, nel quarto motivo, il ricorrente deduceva la violazione del n.2 dell’art. 2751- bis del c.c., dolendosi dell’errata qualificazione dell’attività dell’amministratore delegato come un’obbligazione di mezzi piuttosto che di risultato, come nell’ipotesi dell’art. 2222 c.c., alla luce di una serie di elementi in continuo divenire. Anche tale doglianza viene dichiarata manifestamente infondata. Gli ermellini, infatti, richiamando la sentenza resa dal Tribunale di Ivrea, nonché una serie di precedenti in materia[1], hanno affermato che l’opus dell’amministratore non è, a differenza di quello del prestatore d’opera, determinato dai contraenti preventivamente, né è determinabile aprioristicamente, identificandosi con la stessa attività d’impresa. Per tale motivo, non può considerarsi quale un’obbligazione di risultato come la prestazione d’opera intellettuale di cui all’art. 2222 c.c. e, pertanto, non può essere sottoposto alla disciplina di quest’ultima: il credito da essa derivante sarà, dunque, di natura chirografaria e non privilegiata.

Alla luce di tali argomentazioni la Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso.

[1] Cass. 27.02.2014 n. 2729; Cass. 18.05.2007 n. 11652

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