FALLIMENTO E BANCAROTTA: la sentenza dichiarativa di fallimento non può essere oggetto di discussione nell’ambito del procedimento penale per bancarotta

In Diritto Societario
Cassazione penale, quinta sezione, sentenza n. 42753 del 10/10/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Francesca De risi

In tema di bancarotta, la dichiarazione di fallimento, una volta che abbia acquistato il carattere della irrevocabilità, costituisce un dato definitivo e vincolante sul quale non possono più sorgere questioni non collegate alla produzione formale della prova della sua giuridica esistenza.

Questo, in buona sostanza, ha chiarito la Suprema Corte con la recentissima sentenza in commento.

In particolare, tale massima nasce da una pronuncia emessa dal Tribunale di Torre Annunziata, e confermata in parte dalla Corte d’Appello di Napoli, che ha visto condannare per il reato di cui all’art. 216, comma 1, nn. 1) e 2), L.F. un imprenditore campano, colpevole, secondo i giudici di merito, di aver distrutto o occultato le scritture contabili, o di averle tenute in modo tale da precludere la ricostruzione del patrimonio dell’impresa, e di aver distratto beni di proprietà della società.

Infatti, avverso tale provvedimento il difensore dell’imputato ha proposto ricorso in cassazione, per diversi motivi, tra cui la violazione e la falsa applicazione della legge penale, osservando che il giudice di merito avrebbe dovuto accertare se l’imputato potesse essere qualificato come “piccolo imprenditore”, e quindi, come tale, dovesse essere considerato esente dalla dichiarazione di fallimento, stante quanto previsto dal d.lgs. 5 del 2006.

La Corte di Cassazione, nell’argomentare il rigetto dell’impugnazione proposta, ha ribadito un orientamento già consolidato in giurisprudenza secondo cui la dichiarazione di fallimento, una volta che abbia acquistato il carattere della irrevocabilità, costituisce un dato definitivo e vincolante sul quale non possono più sorgere questioni non collegate alla produzione formale della prova della sua giuridica esistenza (Cass., Sez. 5, n. 4427 del 15/4/1998 – RV211139), ricordando, tra l’altro che in tema di reati fallimentari, le procedure concorsuali e penali avviate prima della data di entrata in vigore della legge n. 5 del 2006, che ha modificato la nozione di piccolo imprenditore contenuta nella legge fallimentare…, restano assoggettati alla legge fallimentare previgente, anche per quanto attiene alla identificazione del soggetto assoggettabile al fallimento ed alla nozione di piccolo imprenditore.

L’art. 150 della decreto legislativo in questione, infatti, detta una disciplina transitoria in base alla quale i ricorsi per la dichiarazione di fallimento e le domande di concordato fallimentare, depositate prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, nonché le procedure di fallimento e di concordato fallimentare pendenti alla stessa data, sono definiti secondo la legge anteriore (cfr. Cass., Sez. 5, n. 19297 del 17/5/2007 – RV237025).

A ciò deve necessariamente aggiungersi, secondo la Corte, quanto affermato dalle Sezioni Unite, con la sentenza n. 19601/2008, ossia che il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento, quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza dell’impresa e ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste per la fallibilità dell’imprenditore.

Alla luce di tali considerazioni può quindi concludersi – come in effetti conclude la Suprema Corte – che al giudice di merito non spetta alcuna verifica circa l’esistenza dei presupposti di legge per ritenere ascrivibile all’imputato la qualifica di “piccolo imprenditore”.

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