ESECUZIONE: il proprietario-locatore del bene pignorato non può esercitare le azioni derivanti dal contratto di locazione concluso senza l’autorizzazione del giudice

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione terza sentenza n.13216 del 27/06/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Marco Formica

L’azione del locatore per il recupero del canone di locazione a seguito del pignoramento dell’appartamento locato deve essere autorizzata dal giudice dell’esecuzione“.

Questo il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte nella sentenza n. 13216/2016, depositata in Cancelleria il 27 giugno 2016.

La vicenda trae origine dal ricorso per cassazione proposto dal conduttore avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma che, in riforma della pronuncia emessa dal Tribunale di Roma, rigettava l’opposizione avverso il decreto ingiuntivo con il quale gli veniva ingiunto il pagamento di una somma a titolo di canoni afferenti l’immobile locato in data successiva al pignoramento dell’immobile ed in difetto della prescritta autorizzazione del giudice dell’esecuzione.

In particolare, il conduttore lamentava sia che il contratto di locazione stipulato successivamente al pignoramento dell’immobile – considerato il divieto ex art. 560 c.p.c. di locare l’immobile pignorato senza l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione – non poteva esser ritenuto valido ed efficace, sia la violazione dell’art. 2912 c.c., il quale prevede che il pignoramento comprende anche i frutti della cosa pignorata e, per il caso de quo, i canoni di locazione.

La Suprema Corte, ribadendo un principio di diritto già affermato (C. Cass., sent. 29 aprile 2015, n. 8695), precisa che il proprietario-locatore di un bene pignorato non è legittimato ad esercitare le azioni derivanti dal contratto di locazione concluso senza l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione, ivi compresa quella di pagamento dei canoni, poiché la titolarità di tali azioni non è correlata ad un titolo convenzionale o unilaterale (il contratto di locazione o la proprietà), ma spetta al custode.

Ciò, infatti, in ragione dei poteri di gestione e di amministrazione a quest’ultimo attribuiti e della relazione qualificata con il bene pignorato derivante dall’investitura del giudice.

Il debitore esecutato, al contrario, per effetto dello spossessamento conseguente al pignoramento e a causa dell’effetto estensivo ex art. 2912 c.c., perde il diritto di amministrazione e gestione del bene oltre al diritto di far propri i relativi frutti civili.

Per quanto concerne le sorti del contratto di locazione del bene sottoposto a pignoramento senza l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione, la Suprema Corte precisa che la violazione dell’art. 560 c.p.c. non comporta l’invalidità del contratto, ma solo la sua inopponibilità ai creditori e all’assegnatario.

Il contratto così concluso non pertiene al locatore-proprietario esecutato, ma al locatore-custode e le azioni che da esso scaturiscono – nella specie per il pagamento dei canoni – devono essere esercitate, anche in caso di locazione non autorizzata, dal custode.

Per tale motivi la Suprema Corte ha accolto il ricorso, cassando la sentenza impugnata e rinviando alla Corte d’Appello di Roma.

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