ESECUZIONE: l’estinzione per rinuncia da parte del creditore

In Processo esecutivo
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza n.13817 del 31/05/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Ada Schettini

Con la sentenza 13817 del 31/05/2017, la Corte di Cassazione si pronuncia in materia di opposizione al precetto e al pignoramento presso i terzi.

Il Tribunale di Parma, infatti, aveva dichiarato inammissibile per tardività l’opposizione al precetto e al pignoramento presso terzi promossa dal debitore nei confronti del proprio creditore, poichè spiegata oltre il termine perentorio di 20 giorni previsto dagli art. 617 e 618 bis c.p.c.

Il debitore, pertanto, proponeva ricorso per Cassazione lamentando, ai sensi del co.1 n.3 dell’art. 360 c.p.c., l’erronea qualificazione della propria domanda come opposizione alla regolarità formale del precetto in luogo della corretta qualificazione di opposizione all’esecuzione, con la relativa applicazione dell’art. 617 c.p.c. piuttosto che dell’art. 615 c.p.c. Oggetto di contestazione, a detta del debitore, era, infatti, il diritto del creditore di procedere ad esecuzione forzata in riferimento a somme superiori rispetto a quelle che gli sarebbero spettate in base al titolo.

La conseguenza pratica della differente applicazione normativa era la non tardività del ricorso, atteso che l’art. 615 c.p.c., a differenza dell’art 617 c.p.c., non costringe la proposizione dell’opposizione in perentori termini da rispettare.

Inoltre, nel secondo motivo di ricorso,  il ricorrente deduceva che la tardività dell’opposizione al pignoramento presso i terzi era stata rilevata considerando erroneamente la decorrenza del termine perentorio dalla notifica ai terzi pignorati, anziché al debitore esecutato.

Nel terzo ed ultimo motivo di ricorso per Cassazione, il ricorrente denunciava un abuso di diritto da parte del creditore, per avere questi agito in maniera sproporzionata ed incongrua rispetto alla modestia del credito.

La Corte di Cassazione, nel dichiarare il ricorso ammissibile, abbraccia la qualificazione giuridica prospettata dal ricorrente, ritenendo l’opposizione da questi promossa non già come un’opposizione agli atti esecutivi, come il Tribunale aveva erroneamente ritenuto, ma come un’opposizione all’esecuzione. La Corte conferma, infatti, che l’opposizione si fonda sulla contestazione della spettanza di voci legali del precetto.

L’esatta qualificazione giuridica dell’azione è funzionale alla comprensione del cuore della sentenza in esame.

La Cassazione, infatti, rileva l’estinzione della procedura esecutiva per rinuncia da parte del creditore, avvenuta già prima della proposizione dell’opposizione da parte del debitore esecutato.

In questi termini, quindi, si configura una carenza originaria di interesse ad agire, derivante dall’estinzione della procedura esecutiva. In quanto condizione dell’azione a norma dell’art. 100 c.p.c.,  la carenza di interesse ad agire deve essere rilevata d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo.

In conformità ad un consolidato orientamento giurisprudenziale[1], la Corte evidenzia come l’estinzione del processo esecutivo comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere con riferimento ai giudizi aventi ad oggetto l’opposizione agli atti esecutivi, a differenza di quanto, invece, accade nei giudici di opposizione all’esecuzione. In questi casi, infatti, l’accertamento del credito o del titolo esecutivo è autonomo rispetto alle vicende della procedura esecutiva e, pertanto, anche nel caso di estinzione di questa, può comunque ritenersi sussistente l’interesse ad agire.

Nel caso di specie, sebbene trattasi di un’opposizione all’esecuzione, il fatto che questa sia incentrata su voci di spesa del precetto comporta che all’estinzione della procedura esecutiva consegua la perdita di efficacia dello stesso e, con essa, la carenza di interesse ad agire, al pari dell’opposizione agli atti esecutivi.

Accertata, quindi, la carenza originaria di interesse ad agire e ritenuta tale questione assorbente rispetto alle altre, la Corte di Cassazione cassa la sentenza impugnata senza rinvio.

[1] Cass. 16 novembre 2005, n. 23084; Cass. 24 febbraio 2011, n. 4498; Cass. 31 gennaio 2012, n. 1353; Cass. 10 luglio 2014, n. 15761

 

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