ESECUZIONE: se l’esecutato è vittima di usura il giudice dell’esecuzione, pervenutogli il provvedimento del P.M.,deve sospendere la procedura

In Processo esecutivo
Cassazione civile, sezioni unite, sentenza n.21854 del 20/09/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Chiara Liotto

Il Giudice dell’esecuzione cui sia stato trasmesso il provvedimento del Pubblico Ministero che, sulla base dell’elenco fornito dal prefetto, dispone la “sospensione dei termini” di una procedura esecutiva a carico del soggetto che ha chiesto l’elargizione di cui alla legge n. 44 del 1999, non può sindacare né la valutazione con cui il Pubblico Ministero, nell’ambito delle indagini di sua competenza, ha ritenuto sussistente il verificarsi del presupposto della provvidenza sospensiva, né la valutazione conseguente della idoneità della procedura esecutiva ad incidere sull’efficacia dell’elargizione richiesta dall’interessato.

Spetta invece al Giudice dell’esecuzione sia il controllo della riconducibilità del provvedimento del Pubblico Ministero alla norma sopra citata, sia l’accertamento che esso riguarda uno o più processi esecutivi pendenti dinanzi al suo ufficio, sia la verifica che nel processo esecutivo in corso o da iniziare decorra un termine in ordine al quale il provvedimento di sospensione possa dispiegare i suoi effetti.

Con atto del 19 giugno 2016, il Procuratore generale della Corte di Cassazione segnalava che, in relazione all’art. 6 del d.lgs. 106/2006, erano emerse forti divergenze interpretative e contrasti tra diverse autorità giudiziarie circa le modalità di applicazione della sospensione dei termini del processo di esecuzione forzata in favore dei soggetti vittime di richieste estorsive o usurarie (che abbiano presentato istanza di elargizione dei benefici secondo le modalità previste dalla legge 44/1999).

Pertanto, il Procuratore generale chiedeva al Primo Presidente della Corte di Cassazione di valutare se investire dell’istanza le Sezioni Unite al fine di pronunciare nell’interesse della legge, ex art. 363 c.p.c., quale fosse l’interpretazione di diritto cui conformarsi.

Nello specifico, il P.G. evidenziava che, all’interno del Tribunale di Salerno, due Giudici dell’esecuzione erano giunti a conclusioni diametralmente opposte.

In particolare, il primo aveva ritenuto (con provvedimento del 19-20 settembre del 2013 e con altri sia precedenti che successivi) che il provvedimento favorevole del P.M., reso ai sensi dell’art. 20, comma 7, della legge 44/1999, poi modificato dalla legge 3/2012, era una condizione necessaria, ma non sufficiente, ai fini della decisione sulla sospensione del procedimento esecutivo, poiché tale sospensione dipendeva dalla valutazione sulla sussistenza dei presupposti nel caso concreto da parte del giudice dell’esecuzione, cui il provvedimento del P.M. era trasmesso.

Viceversa, un altro giudice dell’esecuzione del Tribunale di Salerno (con due ordinanze del 14 maggio 2015 e del 28 agosto 2015) aveva dichiarato la sospensione degli atti esecutivi automaticamente sulla base del solo provvedimento favorevole del P.M., emesso ai sensi della suindicata disposizione.

Come rappresentava il P.G., il contrasto interpretativo non aveva riguardato solo le determinazioni dei giudici appartenenti al Tribunale di Salerno, ma rappresentava una situazione diffusa in molti altri tribunali, i cui giudici hanno interpretato diversamente la norma in oggetto in relazione alla natura vincolante o meno del provvedimento emesso dal Procuratore della Repubblica.

Il contrasto interpretativo che ha portato il P.G. a richiedere l’intervento delle Sezioni Unite nasce dal fatto che la sospensione degli atti aventi efficacia esecutiva è rimessa al provvedimento favorevole del Procuratore della Repubblica competente per le indagini, ma il legislatore non ha disciplinato il rapporto con il giudice dell’esecuzione cui tale provvedimento viene trasmesso.

Pertanto, viene in gioco il rapporto tra due procedimenti, quello penale, in relazione al quale si palesa la situazione idonea a dar luogo ai benefici (procedimenti su richieste estorsive o usurarie), e quello di esecuzione forzata, in sede civile, il cui giudice non è informato né dell’esistenza né dello sviluppo delle indagini oggetto dei fatti che sono all’origine della situazione di sofferenza della parte esecutata e che danno luogo ai benefici previsti dalla legge.

Nel silenzio della legge si è reso, pertanto, necessario l’intervento delle Sezioni Unite della Cassazione al fine di inquadrare il rapporto esistente tra l’autorità giudiziaria preposta alla valutazione dei presupposti e dei requisiti per l’elargizione dei benefici previsti dalla norma (a favore dei soggetti vittime di richieste estorsive e di usura) e l’autorità giudiziaria investita del processo di esecuzione forzata cui spetta di adottare su esso il beneficio della sospensione.

Le Sezioni Unite, cui il Primo Presidente ha rimesso la questione, hanno prioritariamente verificato la sussistenza dei requisiti richiesti dall’art. 363 c.p.c. per l’enunciazione del principio di diritto, atteso che i provvedimenti di sospensione del processo esecutivo sono di natura cautelare.

A tal fine, utilmente precisano che quando il comma dell’art. 363 c.p.c si riferisce alla “inimpugnabilità altrimenti” del provvedimento come legittimante il pubblico ministero presso la Corte alla formulazione dell’istanza di cui alla norma, intende riferirsi all’inesistenza di un mezzo di impugnazione del provvedimento e non anche alla possibilità che il provvedimento e la questione che ne è oggetto possano essere ancora ridiscussi mediante una tecnica procedimentale non introdotta con un mezzo di impugnazione, a seguito del cui svolgimento possa in fine aver luogo una decisione impugnabile in Cassazione. Ne consegue che è irrilevante se, in tali casi, sia seguito o meno il giudizio di opposizione del merito; ciò che conta è che non sia previsto un altro mezzo di impugnazione del provvedimento.

Verificati positivamente i presupposti di ammissibilità, le Sezioni Unite ritengono che la questione meriti un intervento nomofilattico, atteso che la normativa oggetto dell’interpretazione è di diffusa e ripetuta applicazione e la questione pone un delicato problema di coordinamento fra valutazioni commesse dalla legge a distinte autorità giurisdizionali.

Al fine di comporre correttamente il quadro normativo, le Sezioni Unite ricostruiscono prioritariamente la storia dell’istituto per capirne l’evoluzione.

Il testo originario dell’art. 20, comma 7 (legge 44/1999) prevedeva che la sospensione dei termini di cui ai commi 1,2,3,4, avesse effetto a seguito del parere favorevole del prefetto competente per territorio, sentito il presidente del tribunale. Al comma 4 dell’art. 20 si disponeva “la sospensione dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio di immobili ed i termini relativi ai processi esecutivi mobiliari e immobiliari, comprese le vendite e le assegnazioni forzate, in favore dei soggetti vittime di richieste estorsive che avessero richiesto (o nel cui interesse sia stata richiesta) l’elargizione dei benefici ai sensi degli artt. 3,5,6,8 della stessa legge”.

Originariamente, quindi, il soggetto competente ad adottare il parere favorevole era il prefetto. L’attribuzione di tale competenza ad un organo del potere esecutivo, dunque non giudiziario, comportò la dichiarazione di incostituzionalità parziale della disposizione.

Invero, la Corte Costituzionale con sentenza 457/2005 dichiarò illegittima la norma in relazione al termine “favorevole”.  La ragione era la seguente: la norma attribuiva al prefetto, un organo del potere esecutivo, la valutazione in ordine alla sussistenza dei presupposti per la sospensione del processo esecutivo, rispetto alla quale l’autorità giudiziaria era chiamata a svolgere una funzione solo consultiva (attraverso il parere non vincolante del Presidente del Tribunale). Ciò violava i principi posti a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della funzione giurisdizionale perché l’organo esecutivo aveva un potere diretto ad incidere direttamente sul processo esecutivo; potere che, invece, doveva essere attribuito all’autorità giudiziaria.

Eliminando la parola “favorevole”, secondo la Consulta, si restituiva al prefetto una funzione solo consultiva e non vincolante, coerente con la natura giurisdizionale del provvedimento richiesto.

In varie decisioni, anche la Cassazione aveva constatato che, se il parere del prefetto non era definito più come vincolante, il dispiegarsi dell’effetto sospensivo era rimesso al potere decisorio del giudice dell’esecuzione. Il beneficiario, per invocare l’effetto sospensivo del processo di esecuzione iniziato, doveva, pertanto,  rivolgere un’istanza al giudice dell’esecuzione e non una opposizione all’esecuzione, come se l’effetto sospensivo fosse stato automatico.

La normativa è stata successivamente modificata dall’art. 2, comma 1, della legge 3/2012 che, oltre a modificare il comma 7 dell’art. 20, ha anche introdotto i commi 7- bis e 7-ter.

La novità ha riguardato l’eliminazione dell’intervento (reso solo consultivo dalla Consulta) del prefetto e la sua sostituzione con un atto emesso dal Procuratore della Repubblica, qualificato come “provvedimento favorevole” e non più come “parere favorevole”.

Il legislatore ha disposto poi che le sospensioni in materia esecutiva “hanno effetto” a seguito del provvedimento. Dai lavori preparatori della citata legge emergeva che il termine “provvedimento” è stato scelto con lo scopo di affidare la valutazione esclusiva della concedibilità della sospensione al Pubblico Ministero.

In dottrina e giurisprudenza sono tornati i dubbi di illegittimità costituzionale della norma, in quanto, il Procuratore, anche se organo appartenente all’ordine giudiziario, non è il “giudice naturale”, precostituito per legge e designato per la trattazione della controversia.

Il potere eccezionale attribuitogli condiziona l’attività successiva del giudice dell’esecuzione del processo esecutivo pendente su cui l’effetto sospensivo dovrebbe verificarsi.

Tali dubbi hanno occasionato due interventi del Giudice delle leggi: il primo con ordinanza 296/2013 e il secondo con sentenza 192/2014.

Mentre il primo intervento si è concluso con una pronuncia di inammissibilità, nel secondo la Consulta ha motivato nel merito il rigetto della questione di costituzionalità, evidenziando che la normativa, così come modificata nel 2012, prevede la seguente divisione di ruoli:

  1. il prefetto che riceve la domanda di elargizione deve compilare l’elenco delle procedure esecutive in corso a carico del richiedente deve informare senza ritardo il P.M.
  2. Il P.M. deve accertare se il richiedente del punto 1) ha subito l’evento lesivo o ne risenta come superstite, in conseguenza di “delitti commessi allo scopo di costringerli ad aderire a richieste estorsive, avanzate anche successivamente ai fatti, o per ritorsione alla mancata adesione a tali richieste, ovvero in conseguenza di situazioni di intimidazione anche ambientale” e trasmettere il provvedimento al giudice del giudizio civile entro sette giorni dalla comunicazione del prefetto.

Secondo la Consulta, ben si comprende che il potere del P.M. sia finalizzato ad accertare la correlazione fra la posizione del richiedente l’elargizione e l’indagine per i delitti, perché la misura sospensiva è previsto debba operare in pendenza della richiesta di elargizione e, dunque, in funzione della assicurazione del suo scopo.

L’unico in grado di svolgere questo ruolo non può che essere il P.M. competente in sede penale, tenuto conto dell’attinenza di tale compito ai procedimenti relativi ai delitti in questione  e delle problematiche di riservatezza che comportano.

L’interferenza di tale provvedimento in sede civile non si traduce in una compressione illegittima della funzione giurisdizionale, poiché l’impugnato art. 20 comma 7 (che deve essere letto in uno ai commi 1 e 3) prevede la possibilità di una mera sospensione delimitata nel tempo dei termini del processo esecutivo.

Dunque, avendo un carattere meramente temporaneo e non decisorio, non ha alcuna influenza sostanziale nel giudizio civile.

Le Sezioni Unite prendono atto delle conclusioni della Consulta ai fini della risoluzione della questione. E’ ben noto, infatti, che “l’interpretazione di una norma norma sottoposta a  scrutinio di costituzionalità, offerta dalla Corte costituzionale in una sentenza dichiarativa dell’infondatezza della questione, pur non essendo vincolante per il giudice chiamato successivamente ad applicare quella norma, rappresenta, per l’autorevolezza della fonte da cui proviene, un fondamentale contributo ermeneutico, che non può essere disconosciuto senza valida ragione”.

Al fine di assicurare la certezza del diritto oggettivo, le interpretazioni successive non possono divergere da quanto stabilito dalla Consulta se non quando sussistano degli elementi sicuri per attribuire prevalenza alla tesi contraria a quella precedentemente affermata.

Pertanto, le Sezioni Unite condividono le affermazioni della Consulta sull’esegesi della normativa in oggetto a proposito della natura e dell’oggetto del potere provvedimentale del P.M, constatando che l’indiscutibilità del provvedimento del P.M. da parte del giudice civile è la naturale conseguenza dell’appartenenza del provvedimento all’ambito della giurisdizione penale. Il dispiegarsi del suo carattere vincolante presso l’altra giurisdizione, quella civile, come ha rilevato il giudice delle leggi, risulta giustificato proprio perché la valutazione che lo sorregge implica l’accertamento della correlazione fra la posizione del soggetto che ha chiesto al beneficio, siccome descritta dalla legge, e l’attività di accertamento dei delitti sui quali il P.M. è competente per le indagini”.

In assenza di precisazioni sul potere del giudice dell’esecuzione ricevente, si deve ritenere che il legislatore ha voluto che per effetto della trasmissione ex comma 7 dell’art. 20 della norma in oggetto, secondo cui le sospensioni dei termini hanno effetto a seguito del provvedimento favorevole del Procuratore della Repubblica competente per le indagini in ordine ai delitti che hanno causato l’evento lesivo, l’interferenza sul processo di esecuzione forzata si risolva in un vero e proprio vincolo a carico della giurisdizione ricevente quanto all’esistenza del presupposto giustificativo del provvedimento.

Si deve concludere che, condividendo l’esegesi implicitamente avallata dalla Corte Costituzionale, il Giudice dell’esecuzione, quando gli viene trasmesso il provvedimento del Pubblico Ministero che, sulla base dell’elenco fornito dal prefetto, dispone la “sospensione dei termini” di una procedura esecutiva a carico del soggetto che ha chiesto l’elargizione di cui alla legge n. 44 del 1999, non può sindacare la valutazione con cui il Pubblico Ministero nell’ambito delle indagini di sua competenza ha ritenuto sussistente il verificarsi del presupposto del provvedimento di sospensione.

Circa l’assenza di previsione espressa di un potere di controllo sul provvedimento emesso dal P.M., organo dell’accusa e privo di potere di ius dicere, le Sez. Un. ritengono che sia  l’interprete a dover farsi carico della individuazione, all’interno del codice di procedura penale, dei rimedi più idonei per l’esercizio di tale controllo.

In conclusione, la Suprema Corte afferma che il giudice del processo esecutivo, pervenutogli il provvedimento del P.M., ha il dovere di provvedere alla sospensione.

Rientra, però, nel suo potere accertare se tale fattispecie si sia effettivamente verificata, individuare se ciò che gli è pervenuto è identificabile come provvedimento riconducibile alla fattispecie di cui ai commi 7 e 7 bis dell’art. 20 citato e se riguarda uno dei provvedimenti esecutivi pendenti dinanzi al suo ufficio, dovendo, a tal fine, stimolare il contraddittorio delle parti prima di provvedere.

Il suo provvedimento è assoggettato al mezzo di tutela dell’opposizione agli atti esecutivi, rimedio ordinario contro i provvedimenti sul quomodo dell’esecuzione.

Il  giudice dell’opposizione, poi, incontrerà nei suoi poteri gli stessi limiti di valutazione del giudice dell’esecuzione che si sono sopra delineati. Non potrà, quindi, sindacare la valutazione che ha indotto il P.M. ad adottare il provvedimento quanto alla riconducibilità dell’evento dannoso a carico del richiedente ai delitti che legittimano la richiesta della elargizione; potrà, invece, sindacare la valutazione del giudice dell’esecuzione quanto ai profili di propria competenza sopra indicati.

 

Print Friendly, PDF & Email

You may also read!

Il ruolo dell’Avvocato nella società e nella Costituzione

IL RUOLO DELL’AVVOCATO NELLA SOCIETA’ E NELLA COSTITUZIONE Larino, 26 settembre 2018 – ore 15,30 Palazzo Ducale, Sala Freda

Read More...

SOCIETARIO: Aumento di capitale in criptovalute

Redatto dall’Avv. Franco Pizzabiocca In considerazione della funzione storica primaria del capitale sociale in chiave di garanzia nei confronti

Read More...

Breaking News: a Milano il Tribunale dei brevetti

«Se la Brexit farà il suo corso, non ha senso che una delle tre sedi principali del tribunale unificato

Read More...

Mobile Sliding Menu