Ecco perché una motovedetta della Guardia di Finanza può essere definita “Nave da guerra”.

In Approfondimenti

Redatto dal Dr. Fabrizio Salvi

Dott. Fabrizio Salvi
Redattore
Fabrizio Salvi, S. Tenente di Vascello del copro delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, laureato in giurisprudenza Federico II, abilitato alla professione di avvocato, ha perfezionato i suoi studi in intelligence e sicurezza nazionale all’università di Firenze, ha un master di II livello in “Studi strategici e relazioni internazionali” e uno in “Gestione delle risorse umane”.
Ha pubblicato un romanzo “Mykonos – l’ultimo viaggio della generazione perduta” Rogiosi editore.

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L’art. 29 della Convenzione Montego Bay, ratificata dall’Italia, definisce “nave da guerra” una nave che appartenga alle Forze Armate di uno Stato, che porti i segni distintivi esteriori delle navi militari della sua nazionalità e sia posta sotto il comando di un Ufficiale di Marina al servizio dello stato e iscritto nell’apposito ruolo degli Ufficiali o in documento equipollente, il cui equipaggio sia sottoposto alle regole della disciplina militare.

 

Ebbene, la motovedetta della Guardia di Finanza, batte “bandiera italiana di guerra”, ha un equipaggio militare ma non è comandata da un Ufficiale di Marina. Ma può solo questo fattore escluderla dalla categoria in oggetto?

 

La Corte di Cassazione Sez. 3^, con la sentenza n. 9978 del 30.6.1987, afferma in modo chiaro che “anche ai fini dell’applicazione dell’art. 1099 codice navigazione (rifiuto di obbedienza a nave da guerra) una motovedetta armata della Guardia di Finanza, in servizio di polizia marittima, deve essere considerata nave da guerra”.

 

La Corte Costituzionale con sentenza n° 35/2000, nel dichiarare l’inammissibilità di un referendum circa la smilitarizzazione della Guardia di Finanza, afferma che “le unità navali in dotazione della Guardia di finanza sono qualificate navi militari, iscritte in ruoli speciali del naviglio militare dello Stato (art. 1, primo comma, del d.P.R. 31 dicembre 1973, n. 1199); battono “bandiera da guerra” e sono assimilate a quelle della Marina militare (artt. 63 e 156 del r.d. 6 novembre 1930, n. 1643 – Approvazione del nuovo regolamento di servizio per la Regia Guardia di finanza -); sono quindi considerate navi militari agli effetti della legge penale militare (art. 11 del codice penale militare di pace); quando operano fuori delle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un’autorità consolare esercitano le funzioni di polizia proprie delle “navi da guerra” (art. 200 del codice della navigazione) e nei loro confronti sono applicabili gli artt. 1099 e 1100 del codice della navigazione (rifiuto di obbedienza o resistenza e violenza a nave da guerra), richiamati dagli artt. 5 e 6 della legge 13 dicembre 1956, n. 1409 (Norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi)”.

Al riguardo, è doveroso segnalare il richiamo esplicito dei giudici costituzionali, all’art. 200 del codice della navigazione, il quale afferma che la polizia delle navi da guerra è esercitata non solo in alto mare ma anche nel mare territoriale.

 

La Cassazione penale, sez. III, con la sentenza del 14 giugno 2006, n. 31403 precisa, inoltre, che “indubbia è infatti la qualifica di nave da guerra attribuita a tale motovedetta (G.d.F.), non solo perché essa era nell’esercizio di funzioni di polizia marittima, e risultava comandata ed equipaggiata da personale militare, ma soprattutto perché è lo stesso legislatore che indirettamente iscrive il naviglio della Guardia di Finanza in questa categoria, quando nella L. 13 dicembre 1956, n. 1409, art. 6, (norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi) punisce gli atti di resistenza o di violenza contro tale naviglio con le stesse pene stabilite dall’art. 1100 codice navigazione, per la resistenza e violenza contro una nave da guerra”.

 

Ed invero, la Suprema Corte del 2006 aggiunge che ai fini dell’integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 1100 del Codice della Navigazione (Resistenza o violenza contro nave da guerra) “non ha rilievo il fatto che la manovra della imbarcazione privata non abbia mai messo a repentaglio la incolumità fisica dell’equipaggio della motovedetta militare, giacché la materialità del delitto è integrata anche dalla c.d. resistenza impropria, la quale, pur non aggredendo direttamente la persona fisica del pubblico ufficiale, comunque impedisce od ostacola l’esercizio della sua pubblica funzione. Quello concreto è un tipico caso di scuola di resistenza impropria, in cui il soggetto agente, per sfuggire all’alt impostogli dal pubblico ufficiale, dirige il proprio mezzo (marittimo o terrestre) contro il mezzo (marittimo o terrestre) adoperato dal pubblico ufficiale per l’esercizio della sua funzione. Se ne deve concludere che oggetto giuridico del delitto di cui all’art. 337 c.p., più che la libertà fisica del pubblico ufficiale è la libertà di esercizio della funzione pubblica contro ogni intralcio od ostacolo. Questa si configura come genus rispetto alla libertà di esercizio della funzione di polizia marittima, che è oggetto giuridico del delitto di cui all’art. 1100 c.n., la quale assume connotati specifici appunto perché è una funzione di polizia (modalità particolare di esercizio dello jus imperi) e si svolge in un ambiente come quello marino, nel quale è materialmente più facile eluderla od ostacolarla”.

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