DIVORZIO: l’assegno viene calcolato sulla base del criterio di autosufficienza e non sul tenore di vita matrimoniale

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.11504 del 10/05/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Giulia Tanteri

Il 1°dicembre 1970 il divorzio faceva il suo ingresso nell’ordinamento italiano con la legge n. 898/1970.

Una rivoluzione legislativa in uno Stato formalmente laico, ma sostanzialmente cattolico.

Con questa legge il matrimonio perdeva il carattere dell’indissolubilità. Pertanto, in presenza della cessazione della comunione materiale e spirituale dei coniugi e di specifici requisiti oggettivi contenuti nell’art. 3 della predetta legge, al Tribunale veniva conferito il potere di dichiarare lo scioglimento del vincolo matrimoniale (in caso di matrimonio civile) o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (in caso di matrimonio religioso). Uno degli effetti patrimoniali della sentenza di divorzio attiene al tema caldo di oggi: parliamo della eventuale corresponsione di un assegno divorzile in favore dell’ex coniuge economicamente più debole.

Se dunque l’introduzione del divorzio ha costituito una rivoluzione a livello legislativo, quella di cui si tratterà oggi è una rivoluzione a livello giurisprudenziale, concernente l’interpretazione della disciplina dell’assegno di divorzio.

Ma andiamo con ordine.

L’articolo 5, comma 6 della legge n. 898/1970 recita testualmente: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Il riferimento alla mancanza di “mezzi adeguati” e alla “impossibilità di procurarseli” è una novità inserita dalla legge n. 74/1987 ed è su questo riferimento che la giurisprudenza ha scritto fiumi di parole.

La guida per tutte le pronunce giurisprudenziali fino ad oggi è stata la sentenza n. 11490/1990, che la Corte di Cassazione ha reso a Sezioni Unite.

Con tale statuizione era stata affermata la natura esclusivamente assistenziale dell’assegno di divorzio. Era stato poi definito il parametro con cui valutare l’adeguatezza dei mezzi: il tenore di vita tenuto nel corso del matrimonio. Ciò significa che il coniuge che richiedeva l’assegno in sede di divorzio non doveva obbligatoriamente trovarsi in uno stato di bisogno, ma poteva essere legittimato a fare la domanda anche solamente in virtù di un deterioramento delle sue condizioni economiche dovuto dal divorzio. La corresponsione dell’assegno divorzile aveva quindi la funzione di ristabilire un equilibrio economico, garantendo al coniuge di mantenere un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. Il grave errore alla base di questa storica sentenza è stato proprio quello della scelta del parametro per la concessione dell’assegno.

Come si arriverà a dire commentando la rivoluzionaria sentenza n. 11504/2017, la valutazione del tenore di vita può e deve entrare in gioco solamente in sede di quantificazione dell’assegno.

Per capire meglio questa ultima affermazione occorre fare riferimento ad un’altra pronuncia della Corte di Cassazione, la n. 2546 del 2014. Con questa sentenza i giudici di Piazza Cavour hanno stabilito l’iter logico da seguire per l’accertamento del diritto all’assegno divorzile, che viene articolato in due fasi. La prima di queste due fasi è quella dell’an debeatur: il giudice deve verificare l’esistenza del diritto all’assegno in astratto, in base all’inadeguatezza dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. Questa valutazione della meritevolezza in astratto dell’assegno doveva essere completata, secondo la Corte, con il raffronto del tenore di vita tenuto durante il matrimonio. Infine viene determinato il tetto massimo della misura dell’assegno, nella somma ritenuta necessaria per permettere al coniuge richiedente di poter avere lo stesso tenore di vita goduto ante divorzio.

A questo giudizio segue una seconda fase, che prevede la determinazione concreta del quantum debeatur. Il giudice, dopo aver valutato in astratto, utilizza i criteri di moderazione stabiliti dall’art. 5 della L. 898/1970 e quindi tiene conto “delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi”. Valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, stabilisce concretamente la somma dovuta al coniuge richiedente.

A conferma di questi indirizzi, era intervenuta di recente anche la Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 11/2015 ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Firenze in relazione alla norma di cui all’art. 5 della legge sul divorzio in materia di riconoscimento di assegno divorzile. Le censure formulate dal giudice rimettente per questo articolo riguardavano il contrasto con tre disposizioni costituzionali: l’art. 2 Cost. per “eccesso di solidarietà”, perché viene imposto l’obbligo di far mantenere il tenore di vita tenuto durante il matrimonio per tutta la vita; l’art 3 Cost. per “contraddizione logica” fra lo scopo del divorzio che è quello di fare cessare il matrimonio e i suoi effetti e quello della previsione dell’assegno; l’art. 29 Cost. perché l’obbligo, così configurato, è anacronistico in relazione all’evoluzione sociale della famiglia, del ruolo dei coniugi e dell’incidenza dei divorzi. La Corte Costituzionale aveva ridotto la questione sollevata ad un mero errore di interpretazione della norma, perché il criterio del tenore di vita non è l’unico elemento rilevante per la statuizione sull’assegno.

Poste siffatte premesse, vediamo come la Prima Sezione della Corte di Cassazione con la sentenza n. 11504/2017 ha ritenuto di voler superare i precedenti orientamenti, inaugurando un indirizzo totalmente nuovo nel diritto di famiglia.

La vicenda che ha dato origine all’importantissima pronuncia dell’11 maggio 2017 riguarda un caso di divorzio, in cui la ex moglie imprenditrice chiedeva l’assegno e questo le veniva negato dalla Corte di Appello di Milano sulla base dell’incompletezza della sua documentazione reddituale e della diminuzione del patrimonio che aveva avuto l’ex marito dopo la fine del matrimonio. La Cassazione conferma il rigetto della richiesta della donna, ma corregge la motivazione in diritto della sentenza impugnata, dando una nuova lettura di tutta la disciplina dell’assegno divorzile.

Gli Ermellini, innanzitutto, partono da una lettura più nuova, più fresca, del divorzio. Sottolineano come con esso il rapporto matrimoniale si estingua definitivamente sia sul piano dello status personale dei coniugi sia sul piano dei loro rapporti patrimoniali. I due coniugi, una volta divorziati, vanno considerati come persone singole. Ciò rileva maggiormente nel giudizio relativo al riconoscimento del diritto all’assegno di divorzio. Come ricorda la Cassazione, la ratio dell’assegno divorzile trova il suo fondamento costituzionale nel “dovere inderogabile di solidarietà economica (art. 2, in relazione all’art. 23, Cost), il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali persone singole a tutela della persona economicamente più debole”. Ancora una volta, come fecero anche le stesse Sezioni Unite nel 1990, viene confermata la natura assistenziale dell’assegno divorzile.

Chiarita l’identità di “persone singole” dei due coniugi, la Cassazione arriva dritta al cuore del discorso. Ribadisce la distinzione in due fasi del giudizio per la concessione dell’assegno al coniuge richiedente: l’una per il riconoscimento dell’assegno (an debeatur), l’altra per la quantificazione dello stesso (quantum debeatur). Fin qui, nulla di nuovo. Il cambiamento rispetto agli orientamenti precedenti si ha nei successivi passaggi della sentenza, in cui la Corte mette in discussione la scelta del “tenore di vita” come parametro nella fase dell’an debeatur. Il Collegio sottolinea che applicare tale parametro nella prima fase, quella del riconoscimento dell’assegno, significa far “rivivere” un rapporto matrimoniale che il divorzio ha invece estinto. Afferma nuovamente che il coniuge richiedente va considerato come “persona singola e non già come ancora parte di un rapporto matrimoniale ormai estinto sul piano economico-patrimoniale” ed è tenuto al rispetto del principio di “autoresponsabilità”, in conseguenza del quale il matrimonio, il divorzio e tutto ciò che ne deriva sono frutto di scelte meramente personali. Anticipare l’utilizzazione del parametro del “tenore di vita” in questa fase, conclude la Suprema Corte nella parte iniziale della sentenza, genera “una indebita commistione tra le predette due fasi del giudizio e tra i relativi accertamenti”.

Alla Cassazione non resta dunque che individuare il parametro corretto da utilizzare nel giudizio sull’an debeatur, posto che il parametro del “tenore di vita” sarà opportunamente utilizzato nel giudizio sul quantum debeatur. Per i giudici della Suprema Corte il parametro di riferimento cui rapportare il giudizio relativo all’inadeguatezza dei mezzi e all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive è l’indipendenza economica del richiedente l’assegno: se quest’ultimo è economicamente indipendente o potenzialmente potrebbe esserlo, non gli è riconosciuto il diritto all’assegno, proprio per la funzione assistenziale di esso più volte ricordata. L’appiglio normativo per giustificare l’utilizzo di questo parametro è, secondo la Corte, l’art. 337 septies, primo comma, del Codice Civile, che dispone il versamento di un assegno periodico ai figli maggiorenni non indipendenti economicamente. Si ravvisa, infatti, un’analogia legis tra tale disciplina e quella dell’assegno di divorzio ed inoltre entrambe le disposizioni sono espressioni del principio di autoresponsabilità economica.

I giudici di legittimità concludono le loro motivazioni elencando quattro indici che sono sintomo di indipendenza economica e che, alla luce di quanto sopra esposto, dovranno essere valutati e valorizzati dai giudici di merito nella fase di giudizio dell’an debeatur. Questi sono: 1) il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensuimposti” e del costo della vita nel luogo di residenza della persona che richiede l’assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

L’onere probatorio grava sul richiedente l’assegno, infatti secondo la Corte “allo stesso spetta allegare, dedurre e dimostrare di non avere mezzi adeguati e di non poterseli procurare per ragioni oggettive”, fatto salvo ovviamente il diritto per l’altro di sollevare eccezioni o formulare prove contrarie. Le prove sono documentali per il possesso di redditi e cespiti patrimoniali, mentre le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale potranno essere provate con ogni mezzo idoneo.

La Cassazione conclude enunciando i principi di diritto, che non sono rivolti ad un semplice giudice a quo, non essendoci rinvio, ma a tutti i giudici. La Prima Sezione si sente in dovere di consacrare dei principi che considera ormai acquisiti nel diritto vivente e che dovevano solamente essere scritti con un pizzico di coraggio. Non ritiene neanche necessario l’intervento delle Sezioni Unite. La Suprema Corte ricorda quindi a tutti i giudici del divorzio che, alla richiesta dell’assegno ai sensi dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, essi dovranno operare un giudizio distinto in due fasi. Nella fase dell’an debeatur, informata al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, valuteranno se la domanda del richiedente soddisfa i requisiti prescritti dalla norma, in riferimento all’indipendenza economica valutata alla luce dei quattro criteri sopra elencati. Nella fase del quantum debeatur, che succede la prima fase solo se questa ha avuto esito positivo, valuteranno la determinazione dell’assegno, in virtù della ratio di solidarietà economica dell’ex coniuge nei confronti di quello più debole economicamente.

Dopo ben ventisette anni, la Cassazione pone un freno ad una interpretazione discutibile dell’art. 5, comma 6 della legge n. 898/1970, che alimentava matrimoni di convenienza e “rendite parassitarie”, per utilizzare le stesse parole dei giudici di legittimità. L’assegno divorzile deve spettare solo se la persona che lo richiede ne ha realmente bisogno.

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