DIRITTO D’AUTORE: cd e software duplicati illecitamente determinano doppio regime di punibilità?

In Proprietà Intellettuale
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 Cassazione civile, sezione seconda, sentenza n.30319 del 18/12/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Antonino Topa

In tema di diritto d’autore, la fattispecie penale, punita dall’art. 171-ter l. n. 633/1941 e relativa all’abusiva riproduzione e all’illecita duplicazione di opere, costituisce al contempo illecito amministrativo, punito in via pecuniaria dalla competente autorità amministrativa, poiché non sussiste un rapporto di pregiudizialità tra i due illeciti.

Con sentenza n.30319 del 18/12/2017 i giudici di legittimità si sono pronunciati su una tematica di ordine generale, concernente la doppia punibilità di talune condotte giuridiche costituenti reato e contestualmente illeciti amministrativi. L’occasione è stata offerta in un campo in cui il legislatore si è evidentemente preoccupato di non lasciare alcuna “zona franca” di impunibilità delle condotte lesive di diritti autoriali, ricollegando ad esse non soltanto una sanzione penale, ma anche una corrispondente sanzione amministrativa.

I fatti di causa coinvolgevano un soggetto a cui era stato ingiunto di pagare, con ordinanza emessa dalla Prefettura-Ufficio territoriale del Governo, una somma di euro 40.279 oltre spese, per la violazione dell’art. 174-bis, legge 22 aprile 1941, n. 633 (Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio), per aver questi illecitamente riprodotto una serie considerevole di CD, files MP3 e programmi per computer, protetti da diritto d’autore. Premesso che la condotta del ricorrente integri gli estremi di applicabilità dell’art. 171-ter l. n. 633/1941, la corrispondente fattispecie di rango penale, le questioni giuridiche sottese al caso di specie si riverberano sin dalla proposta opposizione, fino ai gradi di giudizio successivi, innanzi ai tribunali civili di merito (Tribunale di Rieti e Corte d’Appello di Roma), giungendo infine alla decisione della Corte di Cassazione come qui in epigrafe.

Le difese del sanzionato muovevano dalla considerazione secondo cui la sede di tale controversia sarebbe dovuta essere quella propria del giudizio penale, in forza della vis attractiva prevista, in questi casi, dall’art. 24 della legge n. 689/1981. In forza di tale norma, la cui ratio è da rinvenirsi in un’esigenza di economia e semplificazione processuale, il giudice penale sarebbe l’unico competente a conoscere della violazione amministrativa, qualora l’illecito amministrativo sia in un rapporto di connessione obiettiva con il reato e non si sia già provveduto al pagamento in misura ridotta della relativa sanzione.

La Corte di Cassazione, ripercorrendo sostanzialmente la ratio decidendi dei gradi di giudizio precedenti, ha ritenuto che la norma di cui all’art. 24 l. n. 689/1981 non fosse applicabile al caso di specie e ciò in virtù di una serie di considerazioni che questa giurisprudenza aveva già assunto, debitamente menzionate e richiamate nel corpo della sentenza di cui trattasi (Cass., Sez. II, 22 dicembre 2011, n. 28381 in tema di detenzione di armi ovvero Cass., Sez. I, 19 ottobre 2006, n. 22362 in tema di detenzione ed immissione sul mercato di sostanze illecite). A parere di tale consolidato orientamento, la connessione invocata dal ricorrente ex art. 24 opererebbe solamente nel caso in cui vi sia una comunanza obiettiva tra gli elementi costitutivi di un fatto che costituisce violazione amministrativa e di un fatto che costituisce reato, sempre che il primo sia il presupposto per il riconoscimento giudiziario del secondo e non il contrario. La presente norma disciplina solo il caso in cui il fatto costituente illecito amministrativo sia l’antecedente logico necessario per l’accertamento del reato e soltanto per tale ragione giustificherebbe uno spostamento di competenza presso il giudice penale che, oltre a conoscere il reato, sarebbe chiamato a decidere anche sul presupposto oggettivo di questo, ossia la violazione amministrativa. Precisa altresì la Corte che è proprio l’identità della condotta materiale a scongiurare la pregiudizialità logica tra gli accertamenti di entrambe le violazioni, dovendosi, per converso, considerare queste quali fattispecie autonome, accertabili e irrogabili indipendentemente, tanto dal giudice penale, quanto dall’autorità amministrativa, in presenza di una scelta specifica del legislatore di inserire, all’interno della norma sanzionatoria amministrativa, una clausola di riserva di applicabilità della sanzione penale per salvaguardare, con una certa efficacia, i beni giuridici dedotti.

Tutto quanto premesso, vista la formulazione letterale dell’art. 174-bis l. n. 633/1941, il quale si apre con l’inciso “ferme le sanzioni penali applicabili” e dato conto del fatto che la condotta del ricorrente sia sottoposta al regime di doppia punibilità, in quanto integrante al contempo ipotesi di  reato ex art. 171-ter l. n. 633/1941, la Corte di Cassazione, nel caso che oggi qui ci occupa, ha rilevato l’autonomia sanzionatoria tra le due fattispecie ed ha quindi escluso una relazione di pregiudizialità logico-giuridica tra le due sanzioni (amministrativa e penale), la quale, ove sussistente, avrebbe legittimato “l’attrazione” del giudice penale ex art. 24 l. n. 689/1981: da qui la reiezione totale dei motivi addotti dal ricorrente nel proprio atto di parte.

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