DIRITTO ALL’ OBLIO E CONDANNA DELLA MEMORIA

In Approfondimenti
Articolo di approfondimento redatto a cura del Dott. Valerio Bottiglieri

Il diritto all’oblio “right to be forgotten” è una forma di controllo della propria immagine sociale, che consente a ciascun individuo di pretendere il blocco della permanenza, a tempo indeterminato, di quelle notizie che sono lesive della propria reputazione e dignità.

Nasce da un’esigenza di tutela del presente, cancellando il ritorno del passato, cristallizzato all’interno di un’informazione. Da ciò deriva che ci si trova fuori dal campo del diritto alla riservatezza, perché si va a proteggere qualcosa che si dà per già conosciuto e che si vuole dimenticare, e non si chiede tutela per qualcosa che non era ancora stato svelato.  Rappresenta l’inverso della damnatio memoriae latina attraverso cui la pena consisteva nella cancellazione della memoria e la distruzione di qualsiasi traccia che poteva essere tramandata ai posteri.

È un fenomeno che ha radici antiche, ma è riemerso a galla negli ultimi tempi a causa dell’avvento di Internet che non ha fatto altro se non amplificarne la diffusione.

Nel “labirinto” del web, infatti, se da un lato è facilissimo immettere una notizia, dall’altro è assolutamente difficile riuscire nel tentativo di eliminarla perché una volta entrati nel sistema, si perdono il controllo e la proprietà dei propri pensieri.

D’altronde, le potenzialità d’invasione della privacy attraverso la rete, sono inimmaginabili ed è inevitabile che il “popolo di Internet” non sia sufficientemente alfabetizzato sulla sua regolamentazione. Pochi si rendono conto, infatti, che basta accedere a un qualsiasi social network (accettandone le relative condizioni), per cedere alla piattaforma virtuale la proprietà intellettuale sulle proprie manifestazioni del pensiero.

Alla luce di ciò, il diritto all’oblio si può ritenere una conquista della civiltà moderna perché investendo la libertà e la democrazia garantisce la possibilità di reazione del singolo cittadino rispetto a una circolazione incontrollata di informazioni risalenti, che ormai non hanno più alcuna utilità, e alla configurazione di un eterno presente in cui non è concessa possibilità di redenzione.

Uno dei problemi più discussi è però quello di capire se rappresenti una situazione giuridica autonomamente tutelata oppure se sia la proiezione di altre situazioni giuridiche soggettive. La risposta è tutt’altro che semplice considerando che il fenomeno nasce da elaborazioni dottrinali e giurisprudenziali (in particolare si veda sent. Cass. 5525/12 come approdo di un sentiero tracciato da altre due sentenze Cass. 1563/58 e 3679/98) ed è disciplinato da un insufficiente quadro normativo di riferimento.

Ormai si ritiene pacificamente di poterne individuare il fondamento costituzionale nel calderone dell’art. 2 Cost., come sub-species di diritto della personalità dell’individuo.

Dal punto di vista codicistico, invece, va sicuramente citato il Codice della privacy (D.lgs. 196/03) che:

  • all’art. 2 co. 1 impone che i trattamenti dei dati si svolgano “nel pieno rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone, con particolare riferimento alla riservatezza, all’identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali”;
  • All’art. 7 garantisce che l’interessato deve poter conoscere in ogni momento chi possiede i suoi dati personali e come li adopera potendo opporsi al trattamento dei medesimi chiedendone la cancellazione, il blocco e l’aggiornamento;
  • all’art. 11 ritiene che il trattamento dei dati sia illegittimo ove questi siano conservati in una forma che consente a “chiunque” di identificare l’interessato per un periodo superiore a quello necessario agli scopi per i quali quei dati erano stati trattati o raccolti;
  • all’art. 24 stabilisce che “chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che non possono essere trattati senza il suo consenso” con l’eccezione, anche in assenza di previo consenso, di far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria per un periodo strettamente necessario.

Infine, è opportuno rilevare che è da poco stato introdotto il Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali n. 679/2016 che recepisce, all’art. 17, l’oblio come il diritto a ottenere dal titolare del trattamento, la cancellazione dei dati personali, senza ingiustificato ritardo, in presenza di determinati requisiti tra i quali l’illecita trattazione dei dati.

Tra le questioni più rilevanti c’è però l’aspetto pratico della vicenda, ossia capire come poter regolamentare il fenomeno e quando riconoscere il risarcimento del danno (su quest’ultimo aspetto si veda la recentissima sent. Cassazione 13161/16).

Questione prodromica è che l’oblio nasce storicamente nel terreno dell’eterno scontro tra diritto di cronaca giornalistica (art. 21 Cost.) e diritto alla riservatezza (art. 2 Cost. e artt. 7,8 CEDU) per cui si ritiene opportuno far riferimento a una corretta applicazione dei principi generali in tema di diritto di cronaca per capire come possa essere disciplinato. I parametri individuati dalla giurisprudenza come elementi idonei a sacrificare la riservatezza delle persone coinvolte, sono l’essenzialità dell’informazione e l’interesse pubblico alla vicenda (Cass. 16111/13).

Tuttavia nel caso specifico del diritto all’oblio, centrale è il requisito dell’attualità della notizia per cui s’incorre nella contraddizione che mentre chi rivendica la cancellazione dei dati rispetto ad una vicenda risalente ha a disposizione una certa tutela (rivendicando il diritto all’oblio), mentre diversamente accade per coloro che chiedono una risposta più immediata dovendo necessariamente adire davanti al giudice.

Non a caso il Tribunale di Roma con sent. 2015 n. 23771 ha negato la sussistenza del diritto all’oblio perché la notizia era recente e di largo interesse coinvolgendo all’interno di un’importante indagine giudiziaria molte persone che esercitavano un ruolo pubblico e sostenendo che il diritto all’oblio “non deve essere utilizzato per abbellire o smacchiare il profilo pubblico di un soggetto che svolge ruoli di rilevanza pubblica”.

Diversamente a coloro che chiedono la rimozione di dati ormai obsoleti, si garantisce la possibilità di “dribblare” la strada giudiziaria e rivolgersi direttamente a Google, anche senza aver formulato nessun ordine di rimozione al gestore del sito e, solo in caso di mancato riscontro, adire all’Autorità Garante della privacy o all’Autorità giudiziaria.

Non a caso il colosso americano ha creato un modulo web con cui chiunque può chiedere la rimozione dei risultati del motore di ricerca, ricordando lo stesso meccanismo già utilizzato per eliminare i risultati legati a violazioni del copyright e fenomeni di pedopornografia.

Ultimo dubbio è infine quello di capire chi sia il soggetto deputato al compito di garantire il rispetto del diritto all’oblio.

Il problema è che diversi sono i soggetti che vengono in gioco alla luce della molteplicità dei luoghi virtuali in cui possono annidarsi le notizie e soprattutto dei loro titolari (spesso extraeuropei e soggetti a diverse discipline normative).

Sicuramente in primo piano emerge la responsabilità del motore di ricerca.

I motori di ricerca (come ad es. Google) sono meri mezzi tecnici che consentono di reperire notizie ma non sono responsabili della circolazione o immissione delle notizie da parte dei titolari dei siti. Si tratta quindi di un mero intermediario che non può infatti rispondere se le notizie restano in rete perché l’unico obbligato a gestire correttamente l’archivio di un sito web è il suo titolare.

È però possibile chiedere la cancellazione dei risultati della ricerca (c.d. deindicizzazione).

La Corte di Giustizia nel caso Google-Spain del 13 maggio 2014 C-131/12 si è pronunciata proprio sull’obbligo del motore di ricerca di rimuovere dai propri risultati, i link ai siti ritenuti lesivi del diritto all’oblio, ottenendo la cancellazione dei contenuti che, secondo l’interessato, possono offrire una rappresentazione non più attuale della propria persona. Infatti, il gestore del motore di ricerca deve essere considerato il titolare del trattamento dei dati personali attraverso l’attività di ricerca delle informazioni pubblicate nei siti, mettendoli a disposizione degli utenti secondo un ordine di preferenza.

Google è stato quindi obbligato a sopprimere dall’elenco dei risultati che appare a seguito della ricerca partendo dal nome di una persona, i link che rimandano a pagine web di terzi, anche se tali informazioni non siano state ancora cancellate dalle rispettive pagine.

Alla luce di questa breve disamina è facile capire come il fenomeno sia particolarmente complesso soprattutto perché invade sfere molto intime della persona umana e pertanto, de iure condendo, meriterebbe una maggiore attenzione da parte del legislatore odierno.

Resta infine in piedi una riflessione sul fatto che, in un mondo in cui la privacy viene praticamente polverizzata dai media e dalla rete, spesso l’utente, da vittima diventa carnefice di se stesso.

Si pone, infatti, il dubbio di capire se c’è differenza tra chi viene travolto dal “tritacarne” della rete per vicende pregresse, e chi invece, preso dal furore della notorietà, occupa lo spazio telematico in maniera ossessiva. In quest’ultima ipotesi, in che misura colui che volontariamente espone la propria persona nella rete può rivendicare il totale diritto all’oblio?.

 

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