DIREZIONE E COORDINAMENTO: CHI PUO’ ESERCITARE L’AZIONE SOCIALE DI RESPONSABILITA’?

In Diritto Societario
Tribunale di Catanzaro, sentenza n.17244 del 08/03/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Roberta Di Maso

Con la sentenza n.17244 resa l’8 marzo 2017, il Tribunale di Catanzaro si è pronunciato in materia di azione di responsabilità da direzione e coordinamento relativamente alle società a responsabilità limitata.

Nel caso in esame, una società a responsabilità limitata, titolare del 47,61% delle quote di un’altra società (già in liquidazione), ha proposto nei confronti degli amministratori di tale società un’azione sociale di responsabilità ai sensi dell’art. 2476 c.c.; con medesimo atto di citazione, l’attrice ha proposto anche un’azione di responsabilità nei confronti della società che esercita attività di direzione e coordinamento e, precisamente, nei confronti degli amministratori e dei liquidatori,  per aver preso parte ai fatti lesivi del patrimonio sociale della controllata.

Quanto all’azione sociale di responsabilità ex art. 2476 c.c., comma 3, secondo cui l’azione di responsabilità può essere promossa da ciascun socio (che in caso di gravi irregolarità nella gestione dell’attività può anche chiedere che sia adottato un provvedimento cautelare di revoca degli amministratori medesimi), la Corte ne dichiara l’improcedibilità  per difetto di legittimazione attiva in conseguenza del fallimento della controllata.

Infatti, conformemente ad un consolidato orientamento giurisprudenziale delle Sezioni Unite della Cassazione, prima della riforma del 2003, le azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori delle società a responsabilità limitata erano disciplinate dall’art. 2487 c.c. con  un espresso richiamo alla disciplina delle società per azioni, riconoscendo la legittimazione attiva anche al curatore del fallimento.

Con il d.lgs. n. 6 del 2003 la materia risulta essere disciplinata interamente dall’art. 146 della legge fallimentare, come oggi sostituito dall’art. 130 del d.lgs. n. 6 del 9 gennaio 2006, che prevede che il curatore è legittimato ad esercitare le azioni di responsabilità contro gli amministratori e gli altri componenti degli organi di controllo, direttori generali e liquidatori della società fallita (cfr. Cass., sez. I, 21 luglio 2010, n. 17121).

Quindi, pur essendo la società litisconsorte necessario nella causa avente ad oggetto l’azione sociale di responsabilità, l’integrazione del contraddittorio nei confronti del litisconsorte necessario deve avvenire da parte di un soggetto legittimato ad agire e, nel caso in esame, essendo il curatore legittimato ad esercitare in via esclusiva l’azione sociale di responsabilità nei confronti di amministratori e liquidatori della società fallita, ed essendo l’azione di responsabilità esercitata dalla società controllante nei confronti degli amministratori e dei liquidatori della controllata viene meno il titolo che consente di agire in giudizio in via di sostituzione. L’assenza della legittimatio ad causam, in quanto condizione necessaria, non consente l’accoglimento della domanda.

Quanto alla seconda domanda relativa all’azione sociale di responsabilità da attività di direzione e coordinamento ex art. 2497 c.c., i giudici, dichiarata improponibile l’azione relativa alla parte della norma che non prevede espressamente la legittimazione passiva della controllata nei confronti della controllante per far valere il pregiudizio indiretto, condividono l’orientamento giurisprudenziale secondo cui “la suddetta norma si interpreta in senso debole, ovvero semplicemente in senso letterale: essa pone soltanto un onere di richiesta di soddisfazione in capo al socio (e al creditore), che ben può essere assolto anche citando in giudizio la società controllata in chiave di denuntiatio litis, volta a stimolarla all’azione verso la controllante, verso gli amministratori di quella e verso i propri amministratori. La mancata soddisfazione consente loro di agire verso la holding senza che sia previsto in alcun modo che essi debbano (né che possano) agire preventivamente verso la loro società o, addirittura escuterla infruttuosamente (Trib. Milano, 17 giugno 2011)”.

Quindi, sottolinea la Corte, né la messa in mora né la preventiva escussione della società controllata costituiscono, pertanto, condizioni dell’azione e di proponibilità della domanda volta a far valere la responsabilità dell’ente capogruppo, ma ciò non esclude che sussista comunque, in capo a chi agisce ai sensi dell’art. 2497 c.c., un onere (minimo) di dimostrazione di aver richiesto alla società l’adempimento del debito.

 

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