DIFFAMAZIONE: l’uso della bacheca Facebook integra un’ipotesa di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, co.III, c.p.

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Cassazione penale, sezione prima, sentenza n. 50 del 02/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Roberta Postiglione

‹‹La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso della bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, c.p. poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone››.

Cosi si espressa la Suprema Corte nella sentenza del 2 gennaio 2017, n. 50 che, nel pronunciarsi sul conflitto negativo di competenza fra il Tribunale e il Giudice di Pace, ha precisato quanto segue.

La competenza deve ritenersi radicata in capo al Tribunale in quanto la condotta dell’imputata integra l’aggravante dell’uso dei mezzi di pubblicità del delitto di diffamazione, prevista dal co. III, dell’art. 595 c.p., poiché la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo di una bacheca Facebook ha potenzialmente la capacità di raggiungere una vasta platea di soggetti, ‹‹ ampliando  e aggravando in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche dei social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica, che è quella di incentivare la frequentazione della bacheca da parte degli utenti, allargandone il numero a uno spettro di persone sempre più esteso, attratte dal relativo effetto socializzante ››.

Diversamente opinando, in tal modo, rispetto a quanto affermato dal Tribunale di Pescara, che aveva dichiarato la propria incompetenza in quanto l’assenza di libera accessibilità dei social network telematici da parte degli utenti della rete internet esclude la configurabilità della comunicazione con un mezzo di pubblicità.

La natura di “altro mezzo di pubblicità” richiesta dalla norma penale per l’integrazione dell’aggravante, sottolineano i Giudici della legittimità, in puntuale conformità all’elaborazione giurisprudenziale prevalente, discende dalla potenzialità diffusiva dello strumento di comunicazione telematica utilizzato per veicolare il messaggio diffamatorio, e non dall’indiscriminata libertà e facilità di accesso al contenitore della notizia (posto che il social network richiede una semplice procedura di registrazione, peraltro gratuita, dunque, assai agevole e alla portata sostanzialmente di chiunque).

 

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