DIFFAMAZIONE: inammissibile provvedimento cautelare inibitorio contro contenuti diffamatori di testata giornalistica “on line”

In Diritto d'autore
Cassazione civile, sezioni unite, sentenza n.23469 del 18/11/2016  [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Luigi Spetrillo

«La tutela costituzionale assicurata dal terzo comma dell’art. 21 Cost. alla stampa si applica al giornale o al periodico pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico, quando possieda i medesimi tratti caratterizzanti del giornale o periodico tradizionale su supporto cartaceo e quindi sia caratterizzato da una testata, diffuso o aggiornato con regolarità, organizzato in una struttura con un direttore responsabile, una redazione ed un editore registrato presso il registro degli operatori della comunicazione, finalizzata all’attività professionale di informazione diretta al pubblico, cioè di raccolta, commento e divulgazione di notizie di attualità e di informazioni da parte di soggetti professionalmente qualificati. Pertanto, nel caso in cui sia dedotto il contenuto diffamatorio di notizie ivi pubblicate, il giornale pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico non può essere oggetto, in tutto o in parte, di provvedimento cautelare preventivo o inibitorio, di contenuto equivalente al sequestro o che ne impedisca o limiti la diffusione, ferma restando la tutela eventualmente concorrente prevista in tema di protezione dei dati personali».

Dopo i principi di diritto affermati con la sentenza delle Sezioni Unite Penali n.31022/2015[1], la Suprema Corte, stavolta nella composizione allargata delle sezioni civili, torna ad occuparsi del tema della estensione delle guarentigie costituzionali previste dall’art. 21 co 3. Cost. alle testate giornalistiche telematiche.

La sentenza in commento prende le mosse dal ricorso depositato dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ai sensi dell’art. 363 co. I cpc.

Con l’esperito ricorso nomofilattico, la Procura Generale chiedeva alla Suprema Corte l’enunciazione del principio di diritto al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi in due distinte controversie civili, pendenti innanzi al Tribunale di Napoli, ed aventi ad oggetto entrambe una domanda cautelare, ex art. 700 cpc, per ottenere la rimozione di un articolo diffamatorio dalla pagina web di una testata giornalistica online e la deindicizzazione dai più diffusi motori di ricerca dei link al medesimo articolo.

La prima controversia veniva definita in sede di reclamo, con accoglimento dell’impugnazione avverso l’ordinanza di inammissibilità del ricorso cautelare, con contestuale ordine alla testata on-line di rimozione dell’articolo dalla pagina web e di deindicizzarlo presso i più comuni motori di ricerca, nonché di non rendere più visibile, sul sito web della testata, il blog collegato al medesimo articolo.

Differente destino seguiva invece il secondo ricorso cautelare, che veniva dichiarato inammissibile in sede di reclamo.

Data la natura giuridica dei provvedimenti emessi dal Tribunale di Napoli, quali provvedimenti  definitivi ed insuscettibili di ricorso per cassazione, il contrasto interpretativo sorto tra i giudici di merito, e considerata anche la delicatezza ed importanza della questione, il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione adiva il Supremo Collegio affinché pronunciasse il seguente principio di diritto: “se il giornale pubblicato, in via esclusiva o non, con mezzo telematico è funzionalmente assimilabile a quello in formato cartaceo, e rientra nella nozione di «stampa» di cui all’art. 1 della I. 8 febbraio 1948, n. 47; pertanto, esso non può essere oggetto di provvedimento cautelare inibitorio, con modalità sostanziali di sequestro, nel caso in cui venga dedotto il contenuto diffamatorio di notizie ivi pubblicate, in quanto si tratta di prodotto editoriale sottoposto alla normativa di rango costituzionale e di livello ordinario, che disciplina l’attività di informazione professionale diretta al pubblico, ferma restando la tutela concorrente prevista in tema di protezione dei dati personali”.

La Corte di Cassazione, prima di calarsi nell’ambito del quesito posto dalla Procura Generale, ha dedicato la prima parte della sua pronuncia alla disamina dell’istituto del ricorso nomofilattico, di cui all’art. 363 cpc[2],ribadendo che lo stesso non si configura come un autonomo mezzo di impugnazione, bensì come un’iniziativa volta a consentire il controllo in ordine alla corretta osservanza ed uniforme applicazione della legge, con riferimento non solo alle mancate ipotesi di ricorso per cassazione, ma anche a quei provvedimenti non impugnabili o non ricorribili per cassazione, in quanto privi di natura decisoria[3].

Ritenuto quindi ammissibile il ricorso, le Sezioni Unite hanno affermato il principio di diritto in virtù del quale è inammissibile la tutela cautelare preventiva, di contenuto sostanzialmente inibitorio, contro i contenuti asseritamente diffamatori di una testata giornalistica pubblicata “on line” ed avente le medesime caratteristiche della stampa cartacea, essendo ad essa applicabile la garanzia di cui all’art. 21 co. 3 Cost., facendo sempre salva la concorrente tutela in tema di trattamento dei dati personali.

Il ragionamento seguito dalle Sezioni Unite, ricalcante in larghi tratti le argomentazioni sviluppate dalla Cassazione Penale nel 2015, si basa su un’equiparazione delle testate telematiche alla stampa cartacea.

Tale soluzione discende sia da una diretta applicazione dell’art. 21 co. 3 Cost., che ben può riferirsi anche all’esercizio del diritto di cronaca mediante mezzi di comunicazione differenti da quello della stampa cartacea, sia da un’interpretazione funzionale del concetto di stampa.

Ed invero, come anche già precedentemente affermato dalle Sezioni Unite Penali, la testata giornalistica telematica è funzionalmente assimilabile a quella tradizionale in forma cartacea, e pertanto rientra nella nozione di stampa di cui all’art. 1, della legge 8 febbraio 1948, n. 47, in base al quale: “sono considerate stampe o stampati, ai fini di questa legge, tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici, in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione”.

Rileva infatti la Corte che, mentre con la carta stampata vi è un meccanismo di riproduzione di un originale, con quella telematica la distribuzione dell’articolo avviene per via “c.d. diretta”, in quanto si ha la messa a disposizione dell’originale o di copia non ufficiale di una molteplicità di originali tra loro generalmente conformi di una moltitudine indifferenziata di utenti finali, lasciando a questi il processo tecnico finale della visualizzazione, con mezzi indubbiamente fisico-chimici, dei segni grafici o degli altri mezzi di comunicazione impiegati dall’autore di questa.

Si ha – in termini sempre meramente descrittivi e volutamente atecnici – quindi una sorta di scomposizione del procedimento di riproduzione, mediante una delocalizzazione, presso il singolo utente o client, della fase concernente l’attività materiale di riproduzione dell’originale, che resta in remoto sul server ove l’autore ha collocato il file in cui quello consiste, anche se la riproduzione può limitarsi alla visualizzazione (che, a stretto rigore, è anch’essa una riproduzione per il tempo necessario alla fruizione con uno dei sensi fisici, vista e/o udito).

Quanto poi alla interpretazione funzionale della nozione di stampa,  la Corte di Cassazione si riporta alle motivazioni delle Sezioni Unite Penali del 2015, postulando una assimilazione funzionale della testata giornalistica telematica a quella tradizionale.

Difatti, affermano i giudici, anche le testate giornalistiche telematiche rientrano nell’ampio concetto di stampa di cui all’art. 21 Cost., in quanto, al pari della stampa cartacea,  sono anch’esse qualificabili come prodotti editoriali, caratterizzati da una testata, dalla diffusione regolare, dall’organizzazione in una struttura con un direttore responsabile che sia giornalista professionista o pubblicista, una redazione ed un editore registrato presso il registro degli operatori della comunicazione, dalla finalizzazione all’attività professionale di informazione diretta al pubblico, per tale intendendosi quella di raccolta e commento di notizie di attualità e di informazioni da parte di soggetti professionalmente qualificati[4].

Ed invero, come già precedentemente argomentato dai giudici penali, negare l’estensione delle garanzie di cui all’art. 21 co 3 Cost. alle testate telematiche avrebbe determinato una innaturale tensione con il principio di uguaglianza determinato dall’irragionevole trattamento differenziato tra la carta stampata e quella diffusa in rete.

In altri termini, si correrebbe il rischio di porre in essere trattamenti differenziati a due fattispecie, giornali on-line e cartacei, sotto il profilo funzionale di diffusione dell’informazione professionale, assai simili[5].

Il percorso argomentativo dei giudici di nomofilachia richiama altresì la dimensione sovranazionale della libertà di stampa, sancito dagli artt. 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e  10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, e la sua evoluzione interpretativa ad opera delle Corti di Strasburgo[6] e Lussemburgo[7], che hanno oramai ammesso la piena equiparazione tra stampa cartacea e telematica.

Pertanto, concludono le Sezioni Unite, il concetto di stampa telematica, rientra perfettamente nella nozione di stampa di cui agli artt. 21 Cost. e 1 l. n.47/1948, in quanto prodotto editoriale sottoposto alla normativa di rango costituzionale e di livello ordinario che disciplinano l’attività di informazione professionale diretta al pubblico, e che non può essere oggetto di provvedimento di  sequestro preventivo, o di altro provvedimento a carattere inibitorio, se non nei casi tassativamente previsti dalla legge, e cioè:

  1. a) violazione delle norme sulla registrazione delle pubblicazioni periodiche e sull’indicazione dei responsabili (artt. 3 e 16 legge n. 47 del 1948);
  2. b) stampati osceni o offensivi della pubblica decenza ovvero divulganti mezzi atti a procurare l’aborto (art. 2 r.d.lgs. n. 561 del 1946: dichiarato incostituzionale con sent. Corte cost. n. 49 del 1971);
  3. c) stampa periodica che faccia apologia del fascismo (art. 8 legge 20 giugno 1952, n. 645);
  4. d) violazione delle norme a protezione del diritto d’autore (art. 161 legge 22 aprile 1941, n. 633);

Deve infine rilevarsi come la sentenza delle Sezioni Unite Penali, che in larga parte ha ispirato il percorso motivazionale dei colleghi civilisti, aveva escluso che godessero di analogo trattamento garantista anche i nuovi mezzi di manifestazione del pensiero destinati ad essere trasmessi in via telematica quali forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list e social network, in quanto non registrati e non aventi un Direttore responsabile, non rientrano nel concetto di stampa.

Tali mezzi di comunicazione infatti, pur essendo espressione del diritto di manifestazione del pensiero, non possono godere delle garanzie costituzionali relative al sequestro della stampa.

Sulla base di queste argomentazioni, la Cassazione Penale, con successiva sentenza n. 12536/2016, ha ritenuto legittimo il sequestro preventivo di un sito, qualificato come blog, che era stato utilizzato per commettere il reato di diffamazione, in quanto mancavano gli elementi necessari a qualificare lo stesso come una testata giornalistica telematica, non rilevando in senso contrario la natura dell’attività informativa svolta dal sito medesimo, né la circostanza che il gestore fosse iscritto all’ordine dei giornalisti.

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[1] La testata giornalistica telematica, in quanto assimilabile funzionalmente a quella tradizionale, rientra nel concetto ampio di “stampa” e soggiace alla normativa, di rango costituzionale e di livello ordinario, che disciplina l’attività d’informazione professionale diretta al pubblico”; “Il giornale online, al pari di quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo, eccettuati i casi tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non è compreso il reato di diffamazione a mezzo stampa”.

[2] Si tratta del c.d. ricorso nell’interesse della legge di cui all’art. 363 cpc ove l’interesse perseguito specificatamente è piuttosto quello che non rimangano intatti ed invocabili dei precedenti erronei e ancor più quello di trarre occasione da sentenze erronee per far pronunciare alla Cassazione decisioni che enuncino la corretta applicazione della norma violata, contribuendo, così, a future decisioni migliori (Claudio Consolo, “Il processo di primo grado e le impugnazioni delle sentenze”  Vol. III, Giappichelli Editore, p. 353, 2012)

La richiesta di enunciazione del principio nell’interesse della legge, rivolta alla S.C. dal P.G. ai sensi dell’art. 363 cpc si configura non già come mezzo di impugnazione, ma come procedimento autonomo, originato da un’iniziativa diretta a consentire il controllo sulla corretta osservanza ed uniforme applicazione della legge, con riferimento non solo all’ipotesi di mancata proposizione del ricorso per cassazione, ma anche a quelle di provvedimenti non impugnabili o non ricorribili per cassazione, in quanto privi di natura decisoria, con la conseguenza che l’iniziativa del P.G. che si concreta in una mera richiesta e non già in un ricorso, non deve essere notificata alle parti, prive di legittimazione a partecipare al procedimento” (Cass. SU 13332/2010).

[3] Più precisamente, i presupposti richiesti per l’esperimento del ricorso da parte del Procuratore Generale sono i seguenti: a) l’avvenuta pronuncia di almeno uno specifico provvedimento giurisdizionale non impugnato o non impugnabile, tanto meno per Cassazione; b) la reputata illegittimità del provvedimento stesso (o, in caso di pluralità di provvedimenti divergenti, di almeno uno di essi), quale indefettibile momento di collegamento ad una controversia concreta; c) un interesse della legge, quale interesse pubblico o trascendente quello delle parti, all’affermazione di un principio di diritto per l’importanza di una sua formulazione espressa.

[4] Il concetto di stampa, come chiarito inoltre dalle Sezioni Unite Penali con sent. n. 31022/2015, definisce il prodotto editoriale sulla base di un requisito ontologico (struttura) e di uno teleologico (scopi della pubblicazione): la struttura è «costituita dalla testata, che è l’elemento che lo identifica, e dalla periodicità regolare delle pubblicazioni (quotidiano, settimanale, mensile)», mentre «la finalità si concretizza nella raccolta, nel commento e nell’analisi critica di notizie legate all’attualità (cronaca, economia, costume, politica) e dirette al pubblico, perché ne abbia conoscenza e ne assuma consapevolezza nella libera formazione della propria opinione». In questo quadro, hanno osservato le Sezioni unite, «la previsione dell’obbligo di registrazione della testata on line, che deve contenere le indicazioni prescritte e deve essere guidata da un direttore responsabile, giornalista professionista o pubblicista, non è un mero adempimento amministrativo fine a sé stesso, ma è funzionale a individuare le responsabilità (civili, penali, amministrative) collegate alle pubblicazioni e a rendere operative le corrispondenti garanzie costituzionali, aspetti questi che, in quanto strettamente connessi e consequenziali alla detta previsione, sono ineludibili».

[5] Sul punto si veda Silvia Vimercarti, “La Cassazione conferma l’inestensibilità ai blog delle garanzie costituzionali previste per gli stampati in tema di sequestro” Nota a Cass. pen., Sez. V, 25 febbraio 2016 (dep. 24 marzo 2016), n. 12536 pubblicato in “www.penalecontemporaneo.it”

[6] La Corte europea dei diritti dell’Uomo (Corte eur. dir. Uomo, Gr. Ch., 16 giugno 2015, Delfi as c/ Estonia, ric. n. 64569/09, punto 133) l’equiparazione tra stampa cartacea e telematica ai fini della libertà di espressione, riconoscendo che i siti Internet contribuiscono grandemente a migliorare l’accesso del pubblico all’attualità e, in maniera generale, a facilitare la comunicazione dell’informazione (richiamando i suoi precedenti 18 dicembre 2012, Ahmet Yildirim c. Turchia, ric. n. 3111/10, punto 48, nonché 10 marzo 2009, Times Newspapers ltd c. Regno Unito, ricorsi nn. 3002/03 e 23676/03, punto 27), sia pure col rischio, per il loro contenuto, sicuramente molto maggiore rispetto alla stampa tradizionale di attentare all’esercizio e al godimento dei diritti e delle libertà fondamentali, in particolare al diritto al rispetto della vita privata (sul punto richiamando il suo precedente 5 maggio 2011, Pravoe Delo c. Ucraina; nello stesso senso pure: Corte eur. dir. Uomo, 16 luglio 2013, Wegrzynowski e Smolczewsky c. Polonia, ric. n. 33846/07) la stessa Corte di Cassazione ha richiamato le suddette sentenze nella propria motivazione.

[7] La giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea equipara senza problemi la stampa tradizionale a quella on line: ritenendo irrilevante il supporto utilizzato per la pubblicazione, poiché l’attività giornalistica può essere esercitata sulla carta stampata, attraverso il servizio radiotelevisivo oppure mediante internet, dovendosi avere riguardo soltanto alla finalità di divulgazione al pubblico di informazioni, opinioni o idee, a prescindere dal mezzo utilizzato (Corte giust. U.E., sent. 16 dicembre 2008, causa C-73/07, Satakun Markkinaporssi, in Racc. 1-9831, p.to 61; in senso analogo le pronunzie già citate dalla richiamata Cass. Sez. Un. pen. 31022 del 2015: Corte Giust. U.E., 25/10/2011, Martinez c. Societè MGIM Limited; Corte Giust. U.E., 25/10/2011, Date Advertising c. X), la stessa Corte di Cassazione ha richiamato le suddette sentenze nella propria motivazione.

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