Delitto di corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio: si configura anche se l’atto non è vincolante?

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, sezione sesta, sentenza n.39020 del 18/07/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Beatrice Tacchini

La sentenza della Corte di Cassazione penale, sezione sesta, n. 39020 del 18.07.2017, ricca di richiami a precedenti pronunce della medesima sezione, cristallizza taluni autorevoli orientamenti giurisprudenziali del Supremo Consesso inerenti la configurabilità del reato di corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio (art. 319 c.p.).

Nella suddetta pronunzia vengono ribadite due fondamentali massime giurisprudenziali.

La prima afferisce l’erroneo utilizzo della discrezionalità amministrativa per favorire interessi privati a scapito di quelli pubblici e che recita: “Integra il delitto di corruzione propria la condotta del pubblico ufficiale che, dietro elargizione di un indebito compenso, esercita i poteri discrezionali rinunciando ad una imparziale comparazione degli interessi in gioco, al fine di raggiungere un esito predeterminato, anche quando questo risulta coincidere, “ex post”, con l’interesse pubblico, e salvo il caso di atto sicuramente identico a quello che sarebbe stato comunque adottato in caso di corretto adempimento delle funzioni, in quanto, ai fini della sussistenza del reato in questione e non di quello di corruzione impropria, l’elemento decisivo è costituito dalla “vendita” della discrezionalità accordata dalla legge” (così Sez. 6, sent. n. 4459 del 24.11.2016 – dep. 30.01.2017, Rv. 269613, esattamente in termini, Sez. 6, sent. n. 6677 del 03.02.2016, Rv. 267187).

Con la seconda si risolve una questione interpretativa essenziale, sorta con la riforma dei reati di corruzione operata dalla L. n. 190/2012 (cd. Legge Severino), con la quale il compimento di un atto dell’ufficio è divenuto elemento costitutivo della fattispecie di cui all’art. 319 c.p. Tale questione interpretativa virava intorno alla rilevanza o meno della vincolatività dell’atto dell’ufficio adottato dal funzionario pubblico. La Corte di Cassazione, in varie pronunce, ha ritenuto configurabile il delitto di corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio anche quando l’atto (o il parere, come nel caso di specie) non sia vincolante, ribadendo quanto segue: “Il delitto di corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio può essere integrato anche mediante il rilascio di un parere non vincolante, allorché esso assuma rilevanza decisiva nella concatenazione degli atti che compongono la complessiva procedura amministrativa e, quindi, incida sul contenuto dell’atto finale” (così Sez. 6, sent. n. 21740 dell’01.03.2016, Rv. 266923).

Per le motivazioni che si desumono dalla lettura delle citate massime, peraltro anche molto recenti, la Corte di Cassazione ha ritenuto di rigettare il ricorso proposto da due consulenti di una s.r.l. avverso il provvedimento con cui il Tribunale di Genova aveva confermato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal g.i.p.

Invero, il g.i.p. aveva ritenuto i due consulenti colpevoli del reato di corruzione ex artt. 321, 319 3 319-bis c.p., essendo stati colti in flagranza di reato: essi avevano, infatti, consegnato una busta contenente € 7.500,00 al direttore provinciale dell’Agenzia delle Entrate affinché questi rilasciasse il proprio parere favorevole, anche se non vincolante, sulla proposta di transazione che doveva essere istruita dalla Direzione Provinciale e che sarebbe stata decisa in via definitiva dalla Direzione Regionale.

Inoltre, il funzionario corrotto “si rendeva disponibile a definire la posizione tributaria della citata società con una transazione ad essa particolarmente favorevole a scapito dei legittimi interessi dell’erario e, avvisato dai funzionari incaricati della pratica che la proposta di transazione, che egli aveva contribuito a predisporre, era fondata su un bilancio contenente costi fittizi o gonfiati, ne rendeva edotti i suddetti consulenti, suggerendo loro la necessità di operare gli opportuni “aggiustamenti” al fine di rendere possibile la transazione. Fatto aggravato in quanto avente ad oggetto il pagamento di tributi“.  Questo il motivo della contestazione dell’aggravante di reato ex art. 319-bis c.p.

Per concludere, è opportuno precisare che, in seguito alle recenti riforme dei reati contro la pubblica amministrazione e, in particolare, con la riforma operata dalla Legge Severino nel 2012, il distinguo tra corruzione propria e corruzione impropria non è più attuale.

Infatti, nella disciplina previgente, ossia quella in vigore all’epoca dei fatti di Tangentopoli, era definita “corruzione propria” la corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio (art. 319 c.p.), mentre, con la locuzione “corruzione impropria”, si faceva riferimento alla corruzione per un atto dell’ufficio (vecchio art. 318 c.p.).

Dagli anni ’90, però, la corruzione ha subito delle metamorfosi ed è divenuto sempre più difficile, anche sul piano probatorio, individuare un preciso atto d’ufficio, in cambio del cui compimento, il corruttore prometteva o dava denaro o altra utilità al corrotto. Inoltre, molto spesso capitava e capita che la dazione venga effettuata “a futura memoria” e, quindi, in ragione di un favore non ancora reso e che, in certi casi, non è nemmeno certo che verrà reso. Infine, soprattutto attualmente, il funzionario viene messo “a libro paga”, ossia viene pagato regolarmente perché metta la propria funzione al servizio degli interessi privati del corruttore.

Per tutte queste ragioni, la normativa previgente non era più attuale e rispondente alle esigenze di politica criminale e, pertanto il Legislatore è intervenuto eliminando la vecchia corruzione propria e sostituendola con la corruzione per l’esercizio della funzione, cui vengono ricondotte le ipotesi criminose sopra citate.

 

 

 

 

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