DANNO DA PERDITA DI CHANCES: il nesso di causalità

In Diritto Civile
Tribunale di Trento, sentenza n.893 del  23/09/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Dario Rombolà

“Anche se sono stati individuati profili di colpa nell’operato dei medici nei confronti di un paziente, ciò non basta per affermare la loro responsabilità o quella della struttura sanitaria di appartenenza. Occorre infatti indagare l’esistenza del nesso causale”.

Il Tribunale di Trento, con sentenza n. 893/16, affronta una controversa problematica riguardante il risarcimento del danno per morte derivante da presunta negligenza medica.

Il processo si instaurava in sede civile per volontà di uno degli eredi del de cuius che agiva sia iure proprio sia iure hereditatis nei confronti di più convenuti. L’attore richiedeva la condanna delle controparti al risarcimento del danno conseguente al decesso del de cuius e un risarcimento del danno per perdita di chances.

In particolare l’attore lamentava una tardiva informazione alla paziente dell’esito delle analisi; la discutibile professionalità dimostrata dal personale medico; la incongruità di taluni farmaci inseriti nel piano terapeutico.

Nella sentenza si rileva come la contestazione afferente il ritardo nella comunicazione dell’esito delle analisi (dall’esito infausto) sia incontestabile e come, invero, rimanga incontestata. La doglianza invece che contestava la correttezza dell’operare del personale medico riguardo all’introduzione nel piano terapeutico di medicinali inappropriati è stata smentita dalla consulenza tecnica di ufficio (C.t.u).

La terza censura riguardava, invece, la condotta del personale sanitario. La C.t.u. rileva come, così come esposti ed accertati i fatti, tale comportamento vado contestato sotto un duplice profilo: da un lato si rileva la intempestività della reazione del medico dinnanzi ad un quadro clinico così complesso; dall’altro è da censurare il fatto di non aver valutato in maniera sufficientemente attenta il quadro clinico della paziente ed averle somministrato un farmaco che, in virtù dei sintomi lamentati, appariva inidoneo.

Infine, anche la quarta censura, dedicata a valutare l’operato di altro personale sanitario entrato in contatto con la paziente poi deceduta, è stato accolto dalla C.t.u e in sentenza.

L’aver individuato profili di colpa nell’operato di alcuni dei medici che ebbero in cura la paziente non è, però, sufficiente al fine dell’affermazione di una responsabilità loro e della struttura sanitaria di appartenenza. È infatti altresì necessario indagare l’esistenza del nesso causale.

L’indagine di tale elemento, si rileva nella sentenza, è reso complesso dalla varietà di domande proposte dall’attore: la diversità del danno di cui si richiede l’accertamento diversifica il modo di accertamento del nesso di causalità. Il ricorrente ha infatti domandato il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti dal decesso del de cuius – che egli configura come diritto risarcitorio sia iure proprio che iure hereditatis – e il risarcimento, iure hereditatis, del danno da perdita di chance. In entrambi i casi la condotta deve essere valutata secondo il criterio del “più probabile che non”. Ma va osservato che mentre nel caso del danno tanatologico l’evento da porre in relazione alla condotta colposa è rappresentato dalla morte, nel caso del danno da perdita di chances esso si identifica con la perdita di un risultato utile che può consistere “nella possibilità del paziente di veder rallentato il decorso della malattia, e quindi aumentata la durata della sopravvivenza, ovvero nella possibilità di fruire di migliori condizioni di vita nel corso della malattia, ovvero ancora nella possibilità di sopravvivenza”.

Dai dati evidenziati dal C.t.u., deve escludersi la possibilità di provare secondo il principio del “più probabile che non” un nesso di causalità tra la negligenza medica e la morte della paziente. Quindi deve escludersi la sussistenza di un nesso di causalità che faccia rientrare le condotte in contestazione nell’alveo della responsabilità civile.

Il discorso deve essere rimodulato, invece, quando si affronta la problematica del danno da perdita di chances. Il modello di indagine rimane in questa ipotesi invariato (si fa sempre riferimento al principio del ‘più probabile che non’) ma deve tenersi di conto che il danno da perdita di chances è un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione. Quindi la sua perdita, o la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile di cui risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale suscettibile di autonomo risarcimento. Il danno da perdita di chances si fonda sul ritardo di comunicazione del referto medico dal risultato infausto e sul certo inadempimento dell’obbligazione di protezione sorta per effetto del ‘contatto’ tra la paziente ed il medico (nonché con la struttura ospedaliera). Se, dunque, la negligenza ed il ritardo del personale sanitario non è tale da consentire di dimostrare (come evidenziato dal C.t.u.) un nesso di causalità tra la condotta e l’evento morte questo non nega la sussistenza di un danno derivante da perdita di chances. La chance perduta, e quindi il danno, si identificano in questo caso nella possibilità di conservare, durante il decorso della malattia, una migliore qualità della vita.

 

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