Danno esistenziale e perdita di chances

In Diritto Civile
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Cassazione Civile, Sez. III, ordinanza n. 7260/2018
Redatto dalla dott.ssa Giulia Tanteri

La Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha enunciato, con l’ordinanza n. 7260/2018, un importante principio di diritto in tema di danno esistenziale e di lesione del diritto di determinare la propria esistenza.

La vicenda da cui trae origine la pronuncia in esame è quella di un uomo, al quale era stata accertata tardivamente e colposamente una patologia neoplastica, più precisamente un adenocarcinoma polmonare.

La tardiva diagnosi aveva comportato il decesso del paziente ed inoltre aveva impedito allo stesso di vivere il resto della sua esistenza nella consapevole accettazione della sofferenza e del dolore fisico che la malattia avrebbe comportato.

La moglie e la figlia, in qualità di eredi, avevano proposto una domanda risarcitoria che in Corte di Appello, in riforma della sentenza di primo grado, era stata respinta. La Corte territoriale aveva sostenuto che la parte attrice non aveva fornito prova positiva relativamente alle scelte di vita che il paziente avrebbe fatto se fosse stato messo a conoscenza tempestivamente delle proprie condizioni di salute.

I giudici della Suprema Corte, invece, hanno accolto il ricorso delle due eredi. In primis, hanno rilevato la fondatezza delle doglianze formulate in relazione alla presunta mancanza di allegazione di prove concernenti il danno derivante dalla tardiva diagnosi. Infatti, le originarie attrici, sin dall’instaurazione del giudizio, avevano portato le prove della denuncia ai medici dei forti dolori provati dall’uomo. Inoltre, in relazione a tali circostanze, le eredi avevano argomentato in ordine alle possibilità di prolungamento dell’esistenza o, almeno, di miglioramento della qualità della vita residua.

Proseguendo nelle loro argomentazioni, gli Ermellini hanno ritenuto che il risarcimento del danno richiesto dalle ricorrenti non può essere ricondotto alla perdita di specifiche possibilità esistenziali alternative (c.d. perdita di chances). La tardiva diagnosi ha invece determinato la lesione di un bene autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale, per il quale non è necessario alcun ulteriore onere di allegazione argomentativa e probatoria. Tale lesione può giustificare una condanna al risarcimento del danno da liquidare in via equitativa.

È questo l’importante principio di diritto stabilito dall’ordinanza in commento.

In altre parole, la Cassazione ha ritenuto che il paziente al quale non fu diagnosticata tempestivamente una grave malattia con esito certamente infausto ha subito un danno, poiché non ha potuto determinarsi liberamente nel periodo di vita che gli era rimasto. Egli avrebbe potuto decidere di ricorrere ad una idonea terapia o a cure palliative e, in ogni caso avrebbe potuto vivere in maniera cosciente il resto della sua vita, senza subire passivamente la malattia.

L’autodeterminazione individuale e la dignità umana devono essere ricondotte ad una situazione giuridica soggettiva che viene lesa dai sanitari che diagnosticano con colpevole ritardo una patologia che condurrà il paziente alla morte.

Ne consegue che la Suprema Corte ha accertato la falsa applicazione degli artt. 1218 e 2043 c.c. operata dalla Corte di Appello, ove quest’ultima ha sostenuto che la pretesa risarcitoria delle eredi non potesse essere accolta in virtù di un’omessa allegazione argomentativa e probatoria relativa alle diverse scelte che avrebbe compiuto il paziente se avesse avuto conoscenza tempestiva della grave patologia di cui era affetto.

Pertanto, la Terza Sezione ha cassato la sentenza impugnata in relazione al ricorso delle eredi e ha rinviato alla Corte di Appello in diversa composizione, che deciderà sulla base del principio di diritto contenuto nell’ordinanza in commento.

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