Danno biologico: il criterio di quantificazione

In diritto assicurativo, Diritto Civile
Cassazione Civile, III Sez. Civ, sent. n. 12470/17 [Leggi la sentenza]
Redatto dalla dott.ssa Giulia Tanteri

La sentenza n. 12470/2017 della Terza Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione opera un cambiamento nella materia del risarcimento del danno non patrimoniale spettante ai prossimi congiunti di soggetti che hanno riportato macrolesioni a seguito di sinistro.

Come è noto, nulla quaestio relativamente ai danni non patrimoniali risarcibili ai prossimi congiunti di soggetti deceduti. Tuttavia, le ultime pronunce delle corti di merito e di legittimità hanno accolto la possibilità di risarcire i danni non patrimoniali derivanti da lesione del rapporto parentale in caso di grave danno biologico permanente di un congiunto. Il riconoscimento della spettanza di tale risarcimento non è stato però accompagnato da una chiarezza in merito alla sua quantificazione ed in particolare ai parametri utilizzabili.

Torniamo un attimo indietro, al risarcimento del danno non patrimoniale da perdita parentale. Per questa tipologia di risarcimento è pacifico che si applichino le tabelle milanesi. Queste rappresentano un criterio di liquidazione al contempo uniforme e flessibile: a parità di menomazione prescrivono lo stesso risarcimento, ma la liquidazione è adeguata al caso di specie, essendoci una forbice di minimi e di massimi.

Per il caso, invece, di soggetto non deceduto ma con grave invalidità, i Giudici solevano seguire un criterio equitativo puro.

È bene riassumere brevemente il caso che ha dato origine alla pronuncia in commento per poi arrivare alla “rivoluzione” della Cassazione. Il marito della ricorrente, a seguito di incidente stradale, riportava gravi danni permanenti nella misura del 70%. La moglie proponeva autonomo giudizio risarcitorio, lamentando il cambiamento della propria vita di relazione, non solo per l’invalidità riportata dal marito, ma anche per le alterazioni caratteriali subite dallo stesso in seguito al sinistro.

Il Tribunale condannava la compagnia assicuratrice dell’investitore a risarcire la signora per il danno non patrimoniale subito, suddividendolo in danno morale, danno biologico proprio e danno da alterazione della vita coniugale, per un totale di € 63.000 circa.

La signora proponeva appello, ritenendo non congruo il risarcimento stabilito dal Tribunale, che aveva adottato un criterio equitativo puro, sganciato da parametri obiettivi. Anzi, ella stessa suggeriva alla Corte di Appello di applicare per il suo caso le tabelle milanesi, producendole, e adduceva che il danno da lei riportato in conseguenza del sinistro occorso al marito era equiparabile al danno da perdita parentale. I Giudici di secondo grado ricalcolavano il danno, seppur non adottando le Tabelle Milanesi.

Più precisamente, attribuivano € 2.500 per ogni anno di futura convivenza ed altri € 2.500 per ogni anno di assistenza futura, per un totale di venti anni.

La moglie del danneggiato macroleso ricorreva dunque in Cassazione per due motivi, ma per l’odierna trattazione interessa il secondo. La ricorrente denunciava la violazione del diritto all’integrale risarcimento dei danni non patrimoniali ex art. 2059 c.c. poiché la Corte di Appello aveva utilizzato per la quantificazione del risarcimento un criterio equitativo puro, illogico e sganciato da parametri obiettivi, siano essi le tabelle milanesi del 2011 da lei prodotte o altri criteri validi.

La Cassazione ritiene il motivo fondato. Ripercorre l’iter fatto dalla Corte di Appello, di cui apprezza la ricostruzione fattuale dell’occorso e le conseguenze del sinistro sulla danneggiata di riflesso per quanto concerne gli obblighi assistenziali, lo sconvolgimento della vita personale, relazionale e sessuale e la sofferenza morale.

L’errore commesso dalla Corte di Appello secondo gli Ermellini risiede però, come denunciato dalla ricorrente, al momento della liquidazione del danno.  I Giudici di secondo grado, prosegue la Corte, hanno ritenuto non applicabili le tabelle milanesi perché il congiunto non era deceduto, ma era rimasto (solamente?) gravemente invalido. Ed hanno arbitrariamente deciso di applicare un criterio equitativo puro, con un importo fisso, suddiviso per le varie tipologie di danno e circoscritto in soli venti anni, senza dare alcuna motivazione per tutte queste scelte.

La Corte di Appello è incorsa in violazione di legge, in particolare dell’art. 1226 c.c., poiché per la liquidazione del danno non patrimoniale non si è attenuta ai principi dettati dalla Cassazione, che ha sempre ritenuto come validi, nel rispetto dell’art 3 Cost., i criteri predisposti dalle tabelle milanesi.

La Suprema Corte conclude cassando la sentenza impugnata e rinviandola alla Corte di Appello di Roma per una nuova e corretta liquidazione del danno. Si auspica inoltre che il Tribunale di Milano si faccia carico di elaborare nuove tabelle applicabili al caso del danno da alterazione di rapporto parentale, affinchè ogni danneggiato di riflesso abbia un parametro oggettivo con cui confrontarsi e non semplicemente la discrezionalità di un Giudice.

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