DANNI PUNITIVI: una possibile svolta in tema di responsabilità civile

In Approfondimenti
Cassazione civile ordinanza 9978 del 16/05/2016 [Leggi provvedimento]
Approfondimento a cura del Dott. Valerio Bottiglieri

Il fenomeno della responsabilità rappresenta quella reazione dell’ordinamento alla violazione di regole contrattuali o legali.

La principale forma è extra-contrattuale per violazione del principio del neminem laedere introdotta per la prima volta, nel diritto romano, con la Lex Aquilia de damno.

Tale legge prevedeva che “colui che ingiustamente uccide uno schiavo altrui o un animale deve essere condannato a dare al proprietario l’equivalente del massimo raggiunto dalla cosa nell’ultimo anno, in caso di lesioni minori il valore deve essere rapportato agli ultimi trenta giorni”.

Già nel diritto romano quindi, la responsabilità civile aveva principalmente una funzione compensativo-reintegratoria ma mostrava dei primi segnali di apertura verso una possibile ed ulteriore funzione sanzionatoria.

Pertanto, si nota come, con le dovute proporzioni, gli interrogativi che sorgono oggi potevano già porsi in passato.

Sulla scia del modello romanistico, l’art. 2043 c.c. ha funzione solidaristica e riparatoria perché deputata a ripristinare rapporti giuridici squilibrati a causa della commissione di fatti illeciti, attribuisce scarso rilievo all’aspetto soggettivo (rileva indifferentemente in caso di dolo o colpa) e si parametra esclusivamente alla lesione patita senza guardare alla gravità della violazione commessa (come invece accade nell’illecito penale).

In apparente distonia con tale sistema, si pone il tema delle sanzioni civili indirette, delle pene private e dei danni punitivi.

Per quanto riguarda le pene private, si tratta di un concetto che può essere messo in disparte, considerando che, per autorevole dottrina, sono quelle sanzioni minacciate e applicate da privati nei confronti di altri privati che trovano fonte o in un contratto (come per le sanzioni disciplinari applicate dall’associazione agli associati o dal datore di lavoro ai lavoratori), oppure in uno status, (come nel caso delle punizioni inflitte dai genitori ai figli minori).

Alcuni in dottrina sostengono che non abbiano riconoscimento nell’ordinamento perché in contrasto con il principio di uguaglianza, mentre altri, pur sottolineandone il carattere eccezionale, lo reputano uno strumento utile poiché idoneo ad integrare il sistema risarcitorio tendenzialmente impermeabile a qualsiasi valutazione sanzionatoria.

Inverso è il discorso per le sanzioni civili indirette, le quali, qualificate come misure afflittive di carattere patrimoniale, presuppongono sempre la violazione di una regola effettiva ma in questo caso vengono inflitte dall’autorità giudiziaria e non da un soggetto privato.

Questione completamente diversa, infine, quella dei danni punitivi “punitive damages”, istituto sconosciuto al diritto italiano che nasce in quegli ordinamenti anglosassoni in cui la distinzione tra diritto civile e penale è profondamente labile e quindi la condanna al risarcimento assume un’ulteriore funzione deterrente.

Si dice possano rappresentare una sanzione esemplare per condannare il danneggiante al pagamento di più dell’ammontare dei danni effettivamente subiti, incidendo su comportamenti dolosi (o commessi con colpa  grave), idonei a caratterizzare non solo una lesione personale ma anche un rilevante danno sociale.

In sostanza l’autore del fatto illecito sa che il profitto ottenuto tramite la sua condotta sarà comunque più redditizio rispetto al risarcimento che eventualmente potrebbe essere costretto a pagare attraverso gli ordinari parametri di quantificazione.

Hanno quindi una funzione nettamente sanzionatoria-punitiva (per le condotte passate) ma anche deterrente-preventiva (per quelle future) allo scopo di evitare comportamenti analoghi.

Si fondano sulla convinzione per la quale nessuno deve poter trarre profitto dal compimento di una condotta illecita, in contrasto con un principio cardine dell’ordinamento interno (desumibile dall’art. 1223 cc), per il quale il fatto illecito altrui non può mai essere occasione per lucrare e ottenere più di quanto si è effettivamente perso.

La giurisprudenza italiana è sempre stata refrattaria ad accogliere le logiche dei danni punitivi poiché ritenute incompatibili con il sistema interno e in grado di causare pericolose forme di over-compensation a favore del danneggiato.

Non è un caso che, secondo la giurisprudenza maggioritaria, la clausola penale ex art. 1382 cc, non rappresenti un’ipotesi di danno punitivo ma è solo uno strumento utile a rafforzare il vincolo contrattuale e a liquidare prima la prestazione risarcitoria e che la figura del danno morale, sia una vera e propria forma di riparazione rispetto alla lesione effettivamente patita dal soggetto danneggiato (il pretium doloris).

Posto che i danni punitivi non possono essere autonome figure di danno, quindi, il problema si pone a livello internazional-privatistico nel momento in cui sorge la necessità di delibare una sentenza straniera (proveniente da Paesi che ammettono i danni punitivi) che pretenda di attuare, in Italia, la condanna al pagamento di danni punitivi.

Alcuni sul punto avevano sostenuto l’impossibilità di un tale meccanismo considerando tali provvedimenti contrari all’ordine pubblico interno.

Si è posto quindi il problema di capire quale sia la portata di tale limite e come questo debba essere interpretato.

La Corte di Giustizia dell’Ue ha oggi ristretto tale concetto solo a quelle ipotesi in cui una sentenza straniera contrasti in maniera inaccettabile con l’ordinamento interno, perché lesiva di un principio fondamentale o costituzionale. Su tale scia, al fine di escludere la compatibilità di sentenze straniere che prevedono danni punitivi, bisognerebbe solo trovare un fondamento costituzionale alla funzione compensativa della responsabilità civile.

Diversamente il Parlamento europeo e il Consiglio, nel Regolamento n. 864/2007, sulle obbligazioni extra-contrattuali, hanno previsto nel considerando n. 32 la possibilità per i giudici interni di ritenere contrari all’ordine pubblico proprio il riconoscimento di danni non risarcitori di carattere punitivo.

Allo stesso modo, la giurisprudenza interna non ha mai mostrato unitarietà di vedute (sul punto si vedano i casi più recenti ed emblematici di rigetto nel riconoscimento dei danni punitivi: Cass. 1183/2007, Cass. 1781/2012 e soprattutto Cass. 15350/2015), inducendo pertanto la Corte di Cassazione, con ordinanza della I Sez. civile, n. 9978 del 16 maggio 2016, a rimettere la questione alle Sez. Unite, auspicando una pronuncia chiarificatrice.

In particolare, tale giudizio, era stato invocato per cassare la sentenza con la quale, la Corte d’Appello di Venezia (nel giudizio di delibazione), aveva ritenuto la pronuncia della District Court of Appeal of the State of Florida, efficace ed esecutiva nell’ordinamento italiano.

I giudici rimettenti si pongono in contrasto con la tesi tradizionale della giurisprudenza e di gran parte della dottrina, sostenendo che, considerando l’ambito normativo del concetto di ordine pubblico ex artt. 16, 64, 65 l. 218/1995 e l’evoluzione che ha subito negli ultimi anni (non solo nel diritto civile), non si potrebbe più parlare di un ordine pubblico inteso come limite riferibile all’ordinamento giuridico nazionale, ma di un ordine pubblico internazionale fondato su esigenze di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, comuni a tutti gli ordinamenti.

Pertanto, secondo la Suprema Corte, non bisognerebbe guardare all’astratta formulazione della disposizione straniera o alla correttezza della soluzione adottata, bensì ai suoi effetti in termini di compatibilità con l’ordinamento interno.

In attesa della pronuncia delle Sezioni Unite, alla luce di un approccio ormai diverso rispetto a possibili nuovi spazi di apertura verso una funzione sanzionatoria della condanna risarcitoria (si veda sul punto Cass. sul risarcimento danni per lesione della libertà di autodeterminazione terapeutica, in assenza di consenso informato e nonostante l’esito fausto dell’intervento SS.UU 2015 n. 12205) e dell’evoluzione del concetto di ordine pubblico rilevante ai fini dello svolgimento del giudizio di delibazione, si potrebbe ragionevolmente auspicare una condivisione delle Sezioni Unite e il superamento del precedente orientamento.

D’altronde sembra inaccettabile l’idea di dover negare riconoscimento ad una sentenza straniera solo perché il concetto di “punizione” che ivi emerge si pone al di fuori della funzione oggi riconosciuta alla responsabilità civile.

Inoltre alcune aperture nei confronti dei danni punitivi si sono viste sia a livello giurisprudenziale sia dottrinale, lasciando intravedere il manifestarsi di un’interpretazione evolutiva.

Basti pensare alla Cassazione che, con sent. n. 7613 del 2015, ha richiamato a sostegno delle proprie teorie, diversi istituti, in ottica speculare ai danni punitivi, come l’art. 96, comma 3 c.p.c. (sull’abuso del processo); l’art. 125 d.lgs. 30/2005 (violazioni in materia di proprietà industriale); l’art. 12 l. 47/1948 (diffamazione a mezzo stampa) e il d.lgs. 7/2016 (depenalizzazione e riconoscimento di sanzioni pecuniarie con finalità sanzionatoria) e ha sancito il principio di diritto per cui: “le astreintes previste in altri ordinamenti dirette ad attuare, con il pagamento di una somma crescente con il protrarsi dell’inadempimento, una coercizione per propiziare l’adempimento di obblighi non coercibili in forma specifica, non sono incompatibili con l’ordine pubblico italiano”.

Allo stesso tempo si consideri l’esistenza di istituti molto simili ai danni punitivi nello stesso codice di procedura civile come nel caso degli artt. 709 ter (introdotto con l. 54/2006) in ambito di diritto di famiglia; l’art. 96 co. 3 e 614 c.p.c. (introdotti entrambi con la l. 69/2009), nonché la recente apertura mostrata dalla giurisprudenza amministrativa nei confronti dell’istituto delle penalità di mora ex artt. 114 e ss. c.p.a.

In conclusione, non bisogna sottovalutare la portata rivoluzionaria dell’attesa pronuncia considerando che, in caso di condivisione della tesi sostenuta dalla Cassazione rimettente, il passo sarebbe breve per la riconoscibilità dei danni punitivi e per una completa rivisitazione del sistema della responsabilità civile.

 

Print Friendly, PDF & Email

You may also read!

Breaking News: a Milano il Tribunale dei brevetti

«Se la Brexit farà il suo corso, non ha senso che una delle tre sedi principali del tribunale unificato

Read More...

Cruciverba legale: vediamo quanto ne sai!

Redatto dal dott. Armando Ottone Prova a risolvere il nostro primo cruciverba legale redatto dal dott. Armando Ottone. Vediamo

Read More...

PENALE: Autoricilaggio e clausola di non punibilità prevista dall’art. 648-ter c. 4 c.p.

Redatto dal dott. Gabriele Marasco Con la sentenza numero 30399 del luglio 2018, la Corte di Cassazione torna a

Read More...

Mobile Sliding Menu