Da quando decorre il termine prescrizionale affinché il curatore fallimentare possa promuovere l’azione di responsabilità nei confronti di amministratori e sindaci?

In Diritto Societario, Fallimentare
Cassazione Civile, Sez. I, n. 16314 del 03/07/2017 [Leggi la sentenza]
Redatto dalla dott.ssa Marcella Gigante

La prescrizione, ex art. 2934 c.c., dell’azione di responsabilità dei creditori sociali nei confronti di amministratori e sindaci, pur quando promossa dal curatore a norma dell’art. 146 L.F.[1], si deve ritenere che decorra dal momento dell’oggettiva percepibilità (e non anche dall’effettiva conoscenza), da parte dei creditori, dell’insufficienza dell’attivo a soddisfare i debiti, che, a sua volta, dipendendo dall’insufficienza della garanzia patrimoniale generica (ex art. 2740 c.c.), non corrisponde allo stato di insolvenza, di cui all’art. 5 L.F., derivante, in primis, dall’impossibilità di ottenere ulteriore credito”.

Questo è il risultato raggiunto dalla Suprema Corte di Cassazione sull’interessante tema della decorrenza del termine prescrizionale al fine di promuovere, in caso di fallimento di una società di capitali, l’azione di responsabilità nei confronti di amministratori e sindaci.

In particolare, il curatore di una S.r.l., dichiarata fallita, ha esperito l’azione di responsabilità, nei confronti dei membri del collegio sindacale della suddetta società; in seguito ha presentato al tribunale di Santa Maria Capua Vetere, la domanda di condanna, degli stessi, al risarcimento dei danni.

La richiesta è stata accolta, ma la decisione è stata appellata da uno dei sindaci, il quale ha sollevato l’eccezione di prescrizione dell’azione di responsabilità sulla base dell’art. 2949 c.c., che prevede il termine prescrizionale quinquennale.

La Corte di Appello di Napoli, con sentenza n. 1616/2010, ha respinto le doglianze dell’appellante, in primis, ritenendo applicabile al caso di specie il termine di prescrizione decennale o quello più lungo previsto per il reato di bancarotta preferenziale (ex art. 216 L.F.), decorrente dal giorno della sentenza dichiarativa di fallimento; in secundis, individuando il dies a quo della prescrizione dal momento in cui si è manifestata l’insufficienza patrimoniale della società (e non dal momento del compimento del reato); e, in ultimo, considerando i sindaci responsabili per non aver correttamente vigilato sulla condotta dell’amministratore, il quale aveva restituito ad alcuni soci dei finanziamenti, precedentemente erogati alla società, nonostante quest’ultima fosse già in stato di insolvenza.

In seguito, uno dei sindaci ha proposto ricorso per Cassazione, basato sui seguenti motivi: la violazione dell’art. 2949 c.c. e il vizio di motivazione, ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., in quanto la Corte d’appello non solo ha erroneamente individuato la decorrenza del dies a quo della prescrizione, ma ha anche fondato la responsabilità dei sindaci esclusivamente sul non aver impedito la restituzione dei finanziamenti, effettuata dall’amministratore in favore dei soci, nonostante tale condotta non abbia arrecato in concreto un pregiudizio alla società.

La Suprema Corte ha ritenuto infondati i motivi, addotti dal ricorrente, in quanto la prescrizione dell’azione di responsabilità dei creditori nei confronti di amministratori e sindaci, anche se promossa dal curatore fallimentare, decorre “dal momento dell’oggettiva percepibilità, da parte dei creditori, dell’insufficienza dell’attivo a soddisfare i debiti”. Inoltre, “in ragione dell’onerosità della prova gravante sul curatore, sussiste una presunzione iuris tantum di coincidenza tra il dies a quo di decorrenza della prescrizione dell’azione di responsabilità e la dichiarazione di fallimento, ricadendo sugli amministratori o sui sindaci interessati la prova contraria della diversa data anteriore di insorgenza dello stato di incapienza patrimoniale, con la deduzione di fatti di assoluta evidenza, la cui valutazione spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, se non per vizi motivazionali che la rendano illogica e lacunosa”.

Infatti, nel caso di specie, il sindaco ricorrente non ha neppure allegato quale sarebbe stata la data anteriore a quella accertata dalla Corte d’appello e quindi non può dolersi della circostanza che quest’ultima abbia ancorato il decorso della prescrizione dell’azione di responsabilità alla dichiarazione di fallimento della S.r.l.

La Corte, inoltre, ha affermato che per “la configurabilità dell’inosservanza del dovere di vigilanza, imposto ai sindaci dall’art. 2407, comma 2, c.c., è sufficiente che essi non abbiano rilevato una macroscopica violazione, o non abbiano reagito di fronte ad atti di dubbia legittimità, o non abbiano segnalato all’assemblea irregolarità di gestione, o ancora non abbiano denunciato i fatti al Pubblico Ministero per consentirgli di provvedere ai sensi dell’art. 2409 c.c.”.

Nel caso in questione, infatti, i sindaci, a fronte dei rimborsi effettuati a favore dei soci, in una situazione finanziaria della società ormai prossima all’insolvenza, hanno omesso di segnalare all’assemblea la condotta dell’amministratore gravemente lesiva dell’integrità del patrimonio sociale o di denunciare al tribunale le irregolarità commesse dall’organo gestorio.

Per tali motivi, la Corte di Cassazione, dunque, ha rigettato il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

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[1] Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, aggiornato dal D.L. 3 maggio 2016, n. 59, convertito dalla L. 30 giugno 2016, n.119, e dalla L. 11 dicembre 2016, n. 232.

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