Contratto di somministrazione: le ragioni devono essere indicate?

In Contratti
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza n.24744 del 19/10/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Marcella Gigante

Con la sentenza in commento, la Cassazione Civile, Sezione Lavoro, si è pronunciata sulla tematica delle ragioni del contratto di somministrazione, stabilendo che esse debbano “essere indicate per iscritto nel contratto e con una grado di specificazione tale da consentire di verificare tanto se rientrino nella tipologia di legge tanto se ricorrano nel caso concreto”.

Nel caso di specie, C.A. ha prestato attività lavorativa per la società BAR.S.A. S.p.a., in forza di tre contratti sottoscritti con la società Etjca S.p.a., il primo di fornitura di lavoro temporaneo e gli altri due di somministrazione di lavoro temporaneo.

In primo grado, il Tribunale di Bari, su richiesta di C.A., ha accertato la nullità dei contratti e l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con la società utilizzatrice.

Quest’ultima ha impugnato la decisione di primo grado, dinnanzi alla Corte d’appello di Bari, affermando che l’indicazione delle ragioni e la relativa forma scritta valessero solo per il contratto di somministrazione, concluso con l’agenzia di somministrazione di lavoro.

La Corte d’appello ha sottolineato, invece, come, ai sensi dell’art. 20, comma 4, del D. Lgs. 276/2003, nel contratto di somministrazione a tempo determinato dovessero essere enunciate, a pena di nullità, le ragioni di carattere tecnico, organizzativo o produttivo, anche se riferite all’ordinaria attività dell’utilizzatore e come tali ragioni dovessero essere anche indicate nel collegato contratto di lavoro subordinato a tempo determinato, come prescritto dall’art. 1 del D. Lgs. 368/2001. Pertanto, la suddetta Corte ha rigettato l’appello.

In seguito, la società BAR.S.A. S.p.a. ha proposto ricorso in Cassazione, articolato in due motivi:

  1.  con il primo motivo la ricorrente ha dedotto, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c., la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1372 e 2697 c.c., nonché, ai sensi dell’art. 360, n. 5 , c.p.c., l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ai fatti decisivi del giudizio. Ha dedotto che il lasso temporale intercorso tra la cessazione del rapporto di lavoro (30.09.2004) e l’impugnazione giudiziaria (11.01.2007), unitamente al ritiro del libretto di lavoro e alla riscossione del TFR, attestassero la volontà di C.A. di risolvere il contratto.
  2. con il secondo motivo, la ricorrente ha dedotto la violazione e la falsa applicazione degli artt. 20, 21 e 27 del D. Lgs. 276/2003, sottolineando (a differenza di quanto affermato nei precedenti gradi di giudizio) che le norme sulla somministrazione escludessero che le ragioni tecniche, organizzative o produttive dovessero essere indicate nel contratto di lavoro, prevedendo la possibilità di accertarne l’esistenza in giudizio. Nel caso di specie, doveva ritenersi sufficiente il richiamo ai “casi previsti nel CCNL del 2003”, poiché l’art. 20, comma 4, del D. Lgs. 276/2003 conteneva una delega in bianco alla contrattazione collettiva, consentendo una diffusa applicazione del lavoro in somministrazione con l’unico limite del rispetto della soglia dell’8% dei lavoratori a termine occupati. Le esigenze tecnico-produttive del secondo contratto di somministrazione sono state documentate con la nota del Comune di Barletta e la delibera del Consiglio Comunale[1].

Entrambi i motivi sono stati ritenuti infondati dalla Corte: per quanto riguarda il primo motivo, la Corte ha stabilito che nel rapporto di lavoro a tempo determinato la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto fosse di per sé insufficiente a determinare una risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso, ma, affinché potesse configurarsi una tale risoluzione, “è necessario che sia accertata una chiara e certa volontà comune di porre fine ad ogni rapporto lavorativo, tenuto conto del fatto che l’azione diretta a far valere l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro si configura come azione di nullità parziale del contratto per contrasto con norme imperative ex artt. 1418 e 1419 c.c., per sua natura imprescrittibile”. Inoltre la Corte ha escluso che un mutuo consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro potesse desumersi dal decorso di tempo rispetto all’esercizio dell’azione e dalla percezione del TFR: infatti, “l’accettazione del TFR non costituisce un elemento di valutazione significativo perché risponde più direttamente, stante la perdita del reddito da lavoro, ad esigenze alimentari”. Per quanto concerne il secondo motivo, la Corte ha rilevato come la sentenza di prima grado correttamente sanzionasse la nullità del contratto di somministrazione per mancanza di forma scritta e per mancata indicazione degli elementi necessari del contratto quali “i casi e le ragioni di carattere tecnico, organizzativo o produttivo” e prevedesse che, in tale ipotesi, i lavoratori fossero considerati a tutti gli effetti alle dipendenze della società utilizzatrice.

Stante quanto sopra, con la sentenza in questione, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha condannato la società ricorrente al pagamento delle spese per il giudizio di legittimità, nonché, ai sensi dell’art. 13 del D.P.R 115/2002[2] al versamento dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente rigettata, (in quanto si tratta di un giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013).

[1]            Il contratto aveva avuto una durata di soli 15 giorni e i servizi aggiuntivi per il Comune di Barletta  potevano essere ultimati entro un mese dalla scadenza indicativamente prevista.

[2]          Testo unico in materia di spese di giustizia.

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