CONTRATTO DI DISTRIBUZIONE COMMERCIALE: obblighi del concessionario

In Contratti
Cassazione civile, sezione seconda, sentenza n.4948 del 27/02/2017 [Leggi Provvedimento]
Redatto dal Dott. Lorenzo Mariconda

Nell’ambito di un contratto di distribuzione commerciale, tra gli effetti obbligatori a carico del concessionario vi è anche quello di effettuare un’attività di promozione e incremento della commercializzazione del prodotto sulla base delle direttive formulate dalla concedente

Questa la conclusione cui giunge la Corte di Cassazione con la sentenza 4948/17.

Una s.r.l citava in giudizio una società straniera con cui aveva stipulato contratto di distribuzione commerciale per la vendita di un prodotto, nel caso di specie calze, in territorio austriaco. In base alla pattuizione intercorsa tra le parti, la convenuta, che godeva di un’esclusiva di vendita, avrebbe dovuto, oltre ad attività accessorie, svolgere attività di promozione e vendita dei prodotti acquistati dall’attrice, con obbligo di raggiungere i quantitativi minimi fissati per ogni anno.

Tuttavia, improvvisamente, la convenuta aveva interrotto unilateralmente ogni rapporto commerciale, causando alla concedente della licenza gravi danni, sia sotto il profilo del mancato guadagno sia in relazione alle spese di royalties da corrispondere alla proprietaria del marchio. Per tali ragioni, la società attrice adiva il Tribunale di Mantova al fine di ottenere la risoluzione del contratto per grave inadempimento nonché, per l’effetto, la condanna della controparte al risarcimento danni.

Si costituiva la convenuta eccependo l’esistenza di una clausola compromissoria e, comunque, chiedendo in via riconvenzionale la risoluzione per inadempimento dell’attrice, responsabile, secondo la ricostruzione fornita, per aver violato il patto di esclusiva.

Il Tribunale di Mantova accoglieva la domanda attorea, dichiarando la risoluzione contrattuale per inadempimento della convenuta e condannando quest’ultima al risarcimento dei danni; la Corte d’Appello di Brescia, viceversa, in parziale accoglimento del gravame formulato dalla società austriaca, riformava la sentenza di prime cure, rigettando la domanda di risoluzione. L’argomentazione a sostegno della pronuncia di secondo grado si fondava sull’idea che la domanda attorea fosse basata unicamente sull’inadempimento della convenuta concretizzatosi per il mancato raggiungimento dei minimi quantitativi di vendita previsti dal contratto: in realtà, secondo la Corte, in base ad una clausola presente nell’accordo, il mancato raggiungimento degli obiettivi non aveva portata risolutoria, ma, più semplicemente, attribuiva alla concedente il diritto di porre termine al contratto.

L’originaria attrice propone ricorso per Cassazione, articolato in un unico motivo, in cui si sottolinea come l’inadempimento addebitato alla resistente non fosse da ritrovarsi nel mancato conseguimento dei minimi di vendita – mera conseguenza- ma nell’arbitraria interruzione dei rapporti commerciali, compiuta per unilaterale volontà della società austriaca.

Il motivo è ritenuto fondato dalla Corte di Cassazione.

Evidenziano gli ermellini come, nel caso di specie, il contratto intercorrente tra le due parti fosse stato correttamente qualificato come distribuzione di vendita.

Alla luce di ciò, però, si sarebbe dovuto richiamare un orientamento costante di legittimità, secondo cui esso è un contratto atipico, da cui deriva “per il concessionario l’obbligo sia di promuovere la formazione di singoli contratti di compravendita, sia di concludere contratti di puro trasferimento dei prodotti, che gli vengono forniti, mediante la stipulazione a condizioni predeterminate nell’accordo iniziale”.

Sulla base di tale massima, la Corte d’Appello avrebbe dovuto desumere che tra gli effetti obbligatori a carico del concessionario vi fosse anche quello di effettuare un’attività di promozione e incremento della commercializzazione del prodotto sulla base delle direttive formulate dalla concedente. Proprio in relazione a tale obbligo, la società resistente, diversamente da quanto sostenuto dal giudice di seconde cure, non poteva che ritenersi inadempiente, avendo arbitrariamente interrotto qualsivoglia rapporto commerciale alla data del febbraio 2000, derivando da ciò il mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita. Pertanto la sentenza suddetta viene cassata con rinvio a nuova sezione della Corte d’appello di Brescia.

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