CONTRATTI: il recesso arbitrario dell’istituto bancario dal contratto di affidamento in conto corrente

In Contratti
recessobanca
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n. 17291 del 24/08/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Rita Claudia Calderini

In caso di recesso di una banca dal rapporto di credito a tempo determinato in presenza di una giusta causa tipizzata dalle parti del rapporto contrattuale, il giudice non deve limitarsi al riscontro obiettivo della sussistenza o meno dell’ipotesi tipica di giusta causa ma, alla stregua del principio per cui il contratto deve essere eseguito secondo buona fede, deve accertare che il recesso non sia esercitato con modalità impreviste ed arbitrarie, tali da contrastare con la ragionevole aspettativa di chi, in base ai rapporti usualmente tenuti dalla banca ed all’assoluta normalità commerciale dei rapporti in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista redditizia per il tempo previsto e che non può pretendersi essere pronto in qualsiasi momento alla restituzione delle somme utilizzate.

Con sentenza n. 17291/2016, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sul recesso arbitrario posto in essere da un istituto bancario dal contratto di affidamento in conto corrente stipulato con il cliente.

Si tratta, com’è noto, di una questione giurisprudenziale alquanto frequente nella prassi applicativa che impone all’ autorità giudiziaria di condurre una valutazione complessiva sul comportamento tenuto dalle parti alla luce dei principi sanciti agli artt. 1845, 1175 e 1375 c.c.

Nel caso di specie, a seguito di taluni atti dispositivi patrimoniali posti in essere dal cliente e dai suoi fideiussori, l’istituto bancario procedeva a esercitare il diritto di recesso previsto ex art. 1845 c.c. adducendo come giusta causa la diminuzione della garanzia patrimoniale del cliente.

La Corte d’appello di Lecce respingeva l’impugnazione del correntista in ordine al recesso esercitato dall’istituto bancario dal contratto e alla conseguente richiesta di pagamento del saldo. A sostegno di tale conclusione, la Corte territoriale statuiva che il recesso per giusta causa dell’istituto bancario fosse stato esercitato legittimamente a tutela del credito, entro i confini normativi stabiliti ex artt. 1845, 1175 e 1375 c.c.

Avverso tale decisione, il cliente proponeva ricorso davanti alla Corte di Cassazione al fine di contestare la legittimità del recesso della Banca in assenza di un accertato stato di insolvenza del cliente e dei garanti.

Con la sentenza in commento, i giudici del Supremo consesso hanno ritenuto di dover accogliere le doglianze esposte dal ricorrente alla luce del consolidato orientamento giurisprudenziale emerso sul punto (Cass. Sez. 1, Sentenze nn. 9321 del 2000 e 4538 del 1997).

La corte, invero, evoca il principio di diritto secondo cui «in caso di recesso di una banca dal rapporto di credito a tempo determinato in presenza di una giusta causa tipizzata dalle parti del rapporto contrattuale, il giudice non deve limitarsi al riscontro obiettivo della sussistenza o meno dell’ipotesi tipica di giusta causa ma, alla stregua del principio per cui il contratto deve essere eseguito secondo buona fede, deve accertare che il recesso non sia esercitato con modalità impreviste ed arbitrarie, tali da contrastare con la ragionevole aspettativa di chi, in base ai rapporti usualmente tenuti dalla banca ed all’assoluta normalità commerciale dei rapporti in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista redditizia per il tempo previsto e che non può pretendersi essere pronto in qualsiasi momento alla restituzione delle somme utilizzate».

La Corte aggiunge che in un contesto siffatto il debitore abbia l’onere di allegare che le giustificazioni date dalla banca non risultano ragionevoli e di dimostrare la sufficienza della propria garanzia patrimoniale.

Ciò, tuttavia, non significa imporre alla Banca di esercitare il diritto di recesso solo allorquando sia accertato lo stato di insolvenza del cliente; in tal modo si richiederebbe ad essa, irragionevolmente, di recuperare il proprio credito quando questo sia divenuto addirittura irrecuperabile.

Tale assunto va calibrato con il principio, in forza del quale, il giudice è tenuto a verificare che le previsioni di esercizio della giusta causa siano tali da risultare “non impreviste o arbitrarie“, considerando che, non basta un qualsiasi atto di disposizione del proprio patrimonio perché il creditore bancario possa dirsi, a giusto titolo, allarmato dal comportamento del suo debitore.

In conclusione, tale intervento giurisprudenziale si armonizza perfettamente con quell’indirizzo ermeneutico proteso alla realizzazione di un sapiente punto di equilibrio tra l’esigenza di tutela del credito e la necessità di tutelare la debolezza contrattuale del cliente.

Print Friendly, PDF & Email

You may also read!

Finanziamento illecito ai partiti

Cassazione, sentenza 24158/2018 Redatto dal dott. Gabriele Marasco Il finanziamento illecito ai partiti può configurarsi tanto attraverso erogazioni di

Read More...

CONTRATTI TRA SOCIETA’ PARTECIPATE: è richiesta la forma scritta ad substantiam?

Corte di Cassazione, sentenza n.3566/2018 Redatto dalla dott.ssa Roberta Mordà La Corte di Cassazione con sentenza n. 3566/2018 ha

Read More...

Come proteggere il patrimonio familiare

Redatto dall’Avv. Franco Pizzabiocca Ti è mai capitato di temere di perdere il patrimonio personale e familiare a fronte

Read More...

Mobile Sliding Menu