Contratti: la forma del contratto preliminare rispetto al contratto definitivo

In Contratti
Corte di Cassazione, prima sezione, Presidente, sentenza n. 13877 del 01/06/2017 [Leggi la sentenza]
Redatto dalla Dott.ssa Beatrice Cucinella

Con la sentenza in commento, la Cassazione Civile, I sezione civile, si pronuncia sull’interessante tema della forma che deve rivestire il contratto definitivo stipulato tra le Parti, enunciando il seguente principio di diritto: “”L’art. 1351 c.c. prevede che il contratto preliminare – ossia l’impegno alla stipula di un successivo negozio giuridico – debba rivestire la medesima forma del definitivo”.

In particolare, R.V. ricorre per Cassazione nei confronti di T.R. e nei confronti di F.F.A., articolando due motivi, avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano, 26 marzo 2014, n. 1198, che ha integralmente confermato la decisione emessa nel primo grado di giudizio dal Tribunale di Milano, 1 ottobre 2012, n. 10501. Con tale pronuncia, il Tribunale di Milano, prima, e la Corte d’Appello, poi, hanno accolto la domanda presentata da T.R. contro R.V. e contro F.F.A. per l’accertamento, con conseguenti condanne risarcitorie, dell’inadempimento degli stessi agli obblighi derivanti da un contratto parasociale stretto inter partes, come relativo ad una S.r.l. di cui i contraenti tutti erano soci e come specificamente funzionale alla nomina dell’amministratore di tale società.

Per quanto concerne il primo motivo di ricorso, la Suprema Corte, con la sentenza in commento, censura la pronuncia della Corte di Appello di Milano in quanto: “la decisione della Corte, come quella del Tribunale che l’ha preceduta, si regge sull’esistenza di un “implicito impegno” dei sottoscrittori dei patti parasociali a modificare lo statuto della Società per consentire la nomina di un amministratore (unico) non socio. L’’art. 1351 c.c. prevede che il contratto preliminare – ossia l’impegno alla stipula di un successivo negozio giuridico – debba rivestire la medesima forma del definitivo”. “Nella fattispecie, la modifica statutaria (ossia il negozio definitivo) richiedeva la forma notarile (art. 2480 c.c.)”. “Pertanto non poteva esistere alcun valido impegno a stipulare tale modifica ove non fosse formalizzato nello stesso modo”.

Nella specie, peraltro, “non solo il patto parasociale fu stipulato per mera scrittura privata, ma addirittura l’impegno a modificare lo statuto – nel senso di consentire la nomina ad amministratore di persone estranee alla compagine sociale – sarebbe stato secondo la sentenza impugnata “implicito”. È però principio comunemente riconosciuto che i patti parasociali debbono essere tenuti distinti dagli atti di estrinsecazione e realizzazione dell’organizzazione societaria, quali appunto quelli di modificazione del contratto sociale, giacché i patti parasociali propriamente attengono non al piano organizzativo dell’ordinamento sociale, bensì a quello dei rapporti interindividuali tra titolari di partecipazioni societarie.

 Per quanto invece attiene al secondo motivo di ricorso che si incentra sulla rilevazione che – nel momento in cui avrebbe dovuto avere esecuzione il patto parasociale, e cioè nel momento della nomina assembleare del nuovo amministratore, la prestazione posta dallo stesso a carico dei contraenti parasoci (ovvero “qualora il suddetto non volesse/potesse mantenere il suddetto incarico, le parti provvederanno alla sua sostituzione con altra persona, di idonea capacità e probità, scelta in ogni caso all’unanimità”) non era in realtà esigibile in quanto “la legge non consentiva la nomina di non-soci, salva diversa disposizione dell’atto costitutivo” (disposizione per l’appunto non presente, in quel dato momento, nello statuto).

Pertanto, secondo il ragionamento della Suprema Corte: “se la designazione di un “terzo” non era giuridicamente lecita, l’obbligo corrispondente costituiva ex se prestazione non possibile ex art. 1218 cod. civ. – e quindi non poteva esservi inadempimento”; d’altra parte, “la nomina di una persona carente dei requisiti di legge – nella fattispecie, della qualità di socio – non sarebbe stata meramente annullabile, come sostenuto dalla Corte d’Appello, ma nulla”.

In conclusione, secondo la Suprema Corte, la Corte di Appello di Milano ha fondato la propria decisione sulla rilevazione che nella fattispecie concreta, il patto stretto tra R T. e F.F., quali parasoci della S.r.l., prevedesse l’implicito impegno dei soci a modificare lo statuto nella parte in cui non prevedeva la possibilità di nomina di non socio come amministratore, con la conseguenza che la violazione di quest’obbligo, come in concreto strumentale all’effettivo conseguimento di una nomina unanime di un amministratore unico, integrava già di per sé stesso inadempimento al patto parasociale.

Stante quanto sopra, la Suprema Corte rigetta il ricorso e condanna R.V. al rimborso delle spese del giudizio di Cassazione, liquidate in Euro 7.200,00 (di cui Euro 200 per esborsi), oltre accessori, come per legge, e contributo spese generali nella misura del 15%.

 

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