SE I CONIUGI SONO SEPARATI SUSSISTE IL REATO DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA E NON DI STALKING

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, sezione sesta, sentenza n.10932 del 06/03/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Giulia Tanteri

La legge n. 38/2009 (cosiddetta legge antistalking) ha introdotto nel Codice Penale l’art. 612 bis (atti persecutori), che punisce la condotta di chi con minacce o molestie reiterate cagiona a taluno un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero ingenera un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero costringe lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. Il secondo comma dello stesso articolo prevede poi un’aggravante, per cui la pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

Tale novità legislativa ha dato origine ad un vivace dibattito giurisprudenziale, di cui è oggetto anche la sentenza in commento, relativo alla sussumibilità di determinate condotte sotto il delitto di “atti persecutori”, in particolare nella sua forma aggravata, o sotto il delitto di “maltrattamenti contro familiari e conviventi” previsto dall’art. 572 c.p.

Si tratta in entrambi i casi di reati abituali, caratterizzati dunque dalla sussistenza di una serie di comportamenti che acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo.

La peculiarità del delitto di “atti persecutori” è la idoneità della condotta a cagionare alternativamente uno degli eventi elencati dalla norma. Invece il delitto previsto all’art. 572 c.p. trova la sua caratteristica connotante nel fatto che si tratta di un reato proprio: si può concretizzare solo nell’ambito di relazioni familiari o di convivenza, in caso di rapporti fondati sull’autorità o su precise ragioni di affidamento.

Non si poteva prescindere da questo inquadramento generale per trattare il caso esaminato dalla Sesta Sezione Penale della Cassazione con la sentenza n. 10932/2017. Per completezza di esposizione si precisa che la Suprema Corte era stata investita di una questione di legittimità relativa all’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, applicata dal Giudice per le Indagini Preliminari di Napoli Nord e confermata dal Tribunale del Riesame di Napoli, per un uomo al quale era stato contestato il reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p. In entrambi i gradi di giudizio si erano ritenuti sussistenti i gravi indizi di colpevolezza (art. 273 c.p.p.) e le esigenze cautelari connesse al pericolo di reiterazione del reato (art. 274, lett. c, c.p.p.), condizioni necessarie per l’applicazione della misura cautelare.

L’uomo era stato denunciato dalla ex moglie, la quale lamentava reiterate ed abituali violenze fisiche e morali tale da generare in lei uno stato di vessazione psicologica. È bene specificare, proprio perché il discrimen operato dalla Cassazione verte su questo punto, che i due protagonisti della vicenda erano separati legalmente.

Orbene, in questa sede si ritiene di dover focalizzare l’attenzione sul secondo motivo di doglianza sottoposto dall’indagato alla Suprema Corte. Egli contestava la violazione di legge in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza del delitto di maltrattamenti. Infatti riteneva non configurabile questo reato per il suo status di separato legalmente e non convivente.

Effettivamente, su questo punto l’indirizzo della Cassazione non può dirsi univoco.

In alcune pronunce gli Ermellini hanno ritenuto che il reato di maltrattamenti ex art. 572 c.p. potesse sussistere anche dopo la separazione dei coniugi, restando integro il dovere di rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale, di solidarietà nascenti dal rapporto coniugale (Cass. Pen. n. 2328/2012). Più specificamente, la Cassazione affermava che, nonostante la separazione, era sufficiente che la condotta del soggetto agente realizzasse gli elementi strutturali tipici della fattispecie disciplinata all’art. 572 c.p. per poter integrare il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi (Cass. Pen. n. 16658/2009; Cass. Pen. n. 34151/2008; Cass. Pen. n. 26571/2008).

Più recentemente, tuttavia, la Suprema Corte sembrava aver operato un revirement, giungendo ad affermare con una sentenza di circa un anno fa (Cass. Pen. n. 17719/2016), che, salva l’applicazione della clausola di sussidiarietà, era configurabile l’ipotesi aggravata del delitto di atti persecutori per quei comportamenti che sono sì sorti per l’esistenza di un legame familiare, ma che non sono sussumibili sotto la fattispecie dell’art. 572 c.p. per la sopravvenuta cessazione del vincolo. Seguendo il dato letterale della norma, venivano equiparati la separazione ed il divorzio.

Con la sentenza che oggi si commenta, invece, la Cassazione sembra voler tornare al precedente orientamento secondo cui tra coniugi che siano soltanto separati legalmente e non ancora divorziati non si configura l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori di cui all’articolo 612 bis c.p., bensì il reato di maltrattamenti in famiglia ai sensi dell’articolo 572 c.p., in ragione della permanenza del vincolo famigliare nel caso di semplice separazione

Nel motivare il rigetto del suesposto motivo di doglianza, i Giudici di Piazza Cavour hanno ricordato che il reato di atti persecutori, nella forma aggravata prevista dal secondo comma dell’articolo 612 bis del Codice Penale, può trovare applicazione solamente nel caso in cui sia ormai venuta meno l’attualità del vincolo familiare ed affettivo. Ovverosia, nel caso del divorzio, in cui cessano tutti gli effetti giuridici del matrimonio. Viceversa, laddove esista ancora un rapporto di coniugio da cui derivano i doveri di rispetto reciproco, assistenza morale e materiale e di solidarietà, potrà ritenersi integrato il reato di maltrattamenti di cui all’articolo 572 c.p. I due reati vengono dunque distinti in base all’esistenza o meno del vincolo coniugale dal quale derivano i doveri previsti dall’art. 143 c.c.

Tuttavia, la questione in merito all’applicabilità dell’una o dell’altra fattispecie in regime di separazione non è ancora chiara, stante il continuo cambio di orientamento.

Sarebbe opportuna una pronuncia in merito delle Sezioni Unite della Cassazione, che chiarisca se in caso di separazione ci sia una equiparazione con il divorzio o se persista un legame familiare tale da permettere l’applicazione dell’articolo 572 c.p.

 

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