CONCORDATO PREVENTIVO: AFFITTO E CESSIONE DI RAMO D’AZIENDA

In Fallimentare
Tribunale di Como, sentenza del 06/02/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Roberta Mordà

In data 06/02.2017 il Tribunale di Como riqualificava la natura giuridica del concordato preventivo rispetto al precedente decreto adottato dal medesimo Tribunale.

Più precisamente il Tribunale rivisitava l’orientamento giurisprudenziale e dottrinale pregresso, secondo cui l’affitto di ramo d’azienda, finalizzato alla cessione dei detti rami al soggetto affittuario, configurava un’ipotesi di concordato preventivo puramente liquidatorio e ribattezzava la medesima fattispecie nell’ottica della continuità  aziendale.

Il Tribunale sosteneva che la difficoltà interpretativa dell’art. 186 bis L.F. potesse essere superata dal sottostante intento del legislatore, enunciante  in un recente ddl un principio cardine, ossia il superamento della crisi d’impresa al fine di garantire la continuità aziendale anche in via indiretta, attraverso la figura di un terzo nuovo imprenditore.

Nel caso di specie il terzo era il soggetto affittuario/cessionario dell’esercizio imprenditoriale. In tal modo si confinava la liquidazione giudiziale ai soli casi in cui non fosse proposta un’ adeguata soluzione alternativa e soddisfattoria per le pretese creditorie.

Secondo quanto argomentato dal Tribunale, non troverebbe più cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico la tesi che sostiene l’incompatibilità del principio di continuità aziendale con l’istituto dell’affitto di ramo d’azienda preordinato alla cessione dello stesso  ramo.

Ad avviso del Tribunale di Como, la voluntas legis si atteggia a favore della conservazione del valore d’impresa e amplia  la sfera applicativa del concetto di continuità aziendale. Sebbene sia ancora aperto un feroce dibattito giurisprudenziale in materia, la Corte di Cassazione SS. UU. n.1521/2013 ha enucleato dei criteri guida per orientare l’interprete nella disamina del rapporto intercorrente tra concordato preventivo e continuità aziendale.

La Suprema Corte, superando la concezione meramente soggettiva di continuità aziendale, ancorata alla figura dell’imprenditore debitore, ha sposato una tesi di natura oggettiva fondata sulla causa in concreto del concordato preventivo, ovvero sulla capacità dell’impresa di produrre reddito, a prescindere dal fatto che l’effettivo prosecutore dell’attività imprenditoriale fosse l’imprenditore originario o un soggetto sopravvenuto. Sulla scorta dell’iter argomentativo sopra enunciato, è ammissibile la continuità aziendale nell’ambito di affitto di ramo d’azienda prodromico alla cessione, purché l’affitto venga avviato successivamente alla presentazione della domanda di concordato (cfr. Tribunale di Avezzano 22/10/2014; Tribunale di Monza  11/6/2013).

L’affitto antecedente alla domanda insinuerebbe infatti il dubbio in merito all’effettiva conservazione della qualità di imprenditore in capo al debitore concedente l’affitto. L’affitto fine a sè stesso è guardato dalla giurisprudenza con una certa diffidenza in quanto costituirebbe un rimedio solo temporaneo alla crisi aziendale.

L’art. 186 bis L.F. deroga al principio di responsabilità patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c., in quanto è sottratto dal patrimonio dei debitori una parte che viene destinata alla prosecuzione dell’attività imprenditoriale da parte di un terzo affittuario/cessionario. Proprio per queste ragioni, il debitore imprenditore, per sfuggire all’ipotesi liquidatoria, dovrebbe dimostrare che la vicenda traslativa configuri il miglior strumento funzionale al soddisfacimento dei crediti.

 

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