Il compenso del consulente tecnico d’ufficio nel procedimento arbitrale

In Diritto Civile
 Approfondimento a cura dell’Avv. Rita Claudia Calderini

L’arbitrato è un Alternative Dispute Resolution (ADR) la cui natura giuridica è oggetto di un dibattito dottrinario e giurisprudenziale.

Secondo l’impostazione tradizionale, l’arbitrato è un procedimento avente natura privatistica[1]. In particolare, a sostegno di tale impostazione si adduce che a seguito della modifiche apportate  dalla novella del 1994, l’istituto abbia natura privata, in quanto in ogni caso la devoluzione della controversia ad arbitri si configura  come una rinuncia dell’azione giudiziaria ed alla giurisdizione dello Stato. Secondo questa impostazione, gli arbitri non svolgono una funzione sostitutiva della giurisdizione, né sono qualificabili come organi giurisdizionali dello Stato.

Tuttavia, l’impostazione testè richiamata non pare particolarmente persuasiva alla luce dei principi e delle caratteristiche  che informano il procedimento arbitrale a seguito della riforma del d.lgs.n.40/2006.

Infatti, secondo l’impostazione giurisprudenziale più recente[2], vi sono  numerosi referenti normativi da cui desumere la parificazione tra il lodo arbitrale e la sentenza emanata dall’organo giurisdizionale. Ciò è stato rilevato in virtù della introduzione contro il lodo arbitrale  della revocazione straordinaria  e dell’opposizione di terzo, sia ordinaria che revocatoria.

In virtù del rinnovato quadro normativo sinora esaminato, con ordinanza n. 24153/2013 la Corte di Cassazione a sezioni unite ha sostenuto la natura giurisdizionale e sostitutiva dell’arbitrato rispetto alla funzione del giudice ordinario. Più in particolare, la Corte ha specificato che tale conclusione non si pone in contrasto con il principio sancito all’art. 102 Cost. Sebbene le legge imponga come regola che la funzione giurisdizionale sui diritti sia esercitata davanti ai giudici ordinari, è ugualmente vero che sia consentito alle parti, nell’esercizio di una libera ed autonoma scelta, di derogare a tale principio agendo a tutela dei propri diritti davanti a giudici privati, riconosciuti tali dalla legge, in presenza di determinate garanzie.

Una volta chiarita la natura giuridica del procedimento, occorre indagare il regime degli onorari del consulente tecnico d’ufficio nel procedimento arbitrale. L’art. 816 ter in tema di istruzione probatoria si limita a prevede che gli arbitri possono farsi assistere da uno o più consulenti tecnici senza specificare se la spesa della consulenza rientri o meno nelle spese del procedimento.

L’art. 814 c.p.c. prevede in tema di diritti degli arbitri che quest’ultimi hanno il diritto al rimborso delle spese e all’onorario per l’opera prestata.

Rispetto al concetto di spesa procedimentale, la giurisprudenza concorda pacificamente nel farvi rientrare le spese connesse all’attività del segretario.

Quest’ultimo è nominato direttamente dai componenti del collegio, in ragione di una valutazione soggettiva  circa la necessità di avvalersi di un ausiliario per l’espletamento delle attività certificative, esecutive e organizzative, funzionalmente collegate a quelle del collegio. In virtù di tali premesse, ne deriva che  tra il segretario e  i componenti del collegio si instaura un rapporto di prestazione d’opera intellettuale del tutto estraneo a quello instaurato tra le parti litiganti e gli arbitri.

Pertanto il compenso per l’attività prestata nel corso del procedimento  è liquidato agli arbitri e non direttamente al segretario.[3]

Si riscontrano maggiori difficoltà ermeneutiche allorquando si esamina la prestazione resa dal consulente tecnico d’ufficio.

Come noto, il codice di procedura civile prevede un corredo di disposizioni rispetto a tale figura ausiliaria del giudice nell’ambito del procedimento ordinario: ai sensi dell’art. 63 c.p.c. egli è obbligato, salvi giusti motivi di astensione, ad assumere l’incarico; presta giuramento; assume la qualifica di pubblico ufficiale; risponde penalmente del  proprio operato ex art. 373 c.p. e ottiene la liquidazione del proprio compenso ai sensi del D.P.R. n.115 del 2002.

 In relazione alle spese connesse alla consulenza tecnica d’ufficio nel procedimento ordinario, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha pacificamente riconosciuto in via interpretativa un regime di solidarietà passiva ex art. 1292 c.c. a carico delle parti.

Tale conclusione deriva sia dalla circostanza per cui l’attività posta in essere dal professionista sia finalizzata alla realizzazione del superiore interesse  della giustizia, sia dalla natura pubblicistica della figura del consulente in quanto pubblico ufficiale.

Invero,  la giurisprudenza avalla questa conclusione affermando che la consulenza tecnica d’ufficio sia  strutturata, essenzialmente, quale ausilio fornito al giudice, piuttosto che quale mezzo di prova in senso proprio e, così, costituisce un atto necessario del processo che l’ausiliare compie nell’interesse generale superiore della giustizia e, correlativamente, nell’interesse comune delle parti[4].

Dalla inapplicabilità del regime della soccombenza  consegue che l’ausiliare del giudice sia legittimato a agire autonomamente in giudizio nei confronti di ognuna delle parti per il pagamento del compenso, anche in via monitoria, non solo quando sia mancato un provvedimento giudiziale di liquidazione ma anche quando  il decreto emesso a carico di una parte sia rimasto inadempiuto.

Rispetto al procedimento arbitrale, si tratta di comprendere se le coordinate ermeneutiche inerenti alla responsabilità solidale delle parti possano trovare applicazione anche nel procedimento ex artt. 806 e ss. c.p.c.

Nonostante la lacuna normativa, sono emersi due orientamenti giurisprudenziali divergenti rispetto a tale quesito interpretativo.

Secondo una prima impostazione[5], tra le parti del procedimento e il consulente tecnico si instaura un rapporto contrattuale, similmente a quanto avviene rispetto agli arbitri. In virtù dell’autonomo titolo contrattuale, il consulente presta direttamente nei confronti delle parti la sua attività d’opera intellettuale.

Ne consegue che per ottenere il pagamento del compenso della sua attività, il consulente tecnico sia legittimato ad agire direttamente nei confronti delle parti del procedimento arbitrale.

 Più in particolare, si precisa che sia inammissibile il ricorso presentato ex art. 814 c.p.c. dal consulente tecnico che abbia prestato la propria opera nell’ambito del giudizio arbitrale, potendo avvalersi di tale speciale procedimento unicamente gli arbitri.[6]

Parimenti,  parte della dottrina sostiene questa impostazione anche nel caso in cui la nomina del consulente sia avvenuta con il consenso delle parti o su loro esplicita richiesta.[7]                                                                                            Secondo una diversa impostazione ermeneutica avallata più recentemente dalla Corte di Cassazione[8],  in materia di arbitrato  il consulente tecnico d’ufficio ha titolo di chiedere il pagamento del proprio compenso esclusivamente  agli arbitri, a cui spetta ex art. 814 c.p.c. il diritto a ottenere il rimborso dalle parti.

A differenza di quanto avviene nel giudizio ordinario, si deve escludere una responsabilità solidale di quest’ultime.

Ciò in quanto nonostante la natura giurisdizionale dell’arbitrato, il consulente nel procedimento arbitrale non assume la qualifica di pubblico ufficiale in quanto la sua attività non ha carattere pubblicistico e non è posta per un interesse superiore di giustizia.

Nel procedimento arbitrale, infatti, la figura del consulente tecnico assume una veste privatistica, in quanto le parti sono legate agli arbitri da un rapporto di mandato, in cui ai sensi dell’art. 1719 c.c., il mandante ha l’obbligo di somministrare al mandatario i mezzi necessari per l’esecuzione del mandato e per l’adempimento delle obbligazioni contratte in proprio nome, tra cui anche quella nei confronti del consulente. In virtù di tale assunto, il principio di solidarietà tra le parti rispetto al compenso del consulente tecnico non può trovare applicazione nel procedimento arbitrale. Esso trova la sua scaturigine nell’interferenza degli elementi normativi inerenti alla sua nomina e all’incarico ad esso affidato, tali da far ritenere che detta attività, sebbene intesa ad integrare le cognizioni del giudice, debba presumersi finalizzata al conseguimento di un superiore interesse di giustizia.

La soluzione patrocinata dalla Corte di Cassazione troverebbe una conferma anche dalla prassi consolidatasi in tema di arbitrato amministrato.

In merito al compenso del consulente tecnico d’ufficio, occorre rilevare che i regolamenti delle Istituzione arbitrali prevedono che nelle spese del procedimento rientrino oltre gli onorari della Camera Arbitrale anche gli onorari dei  consulenti tecnici d’ufficio[9]. Ne consegue che al consulente tecnico sia precluso agire direttamente nei confronti della parti per ottenere il pagamento del proprio compenso, difettando un rapporto contrattuale autonomo. La sua prestazione d’opera è resa in via ausiliaria rispetto alla fattispecie contrattuale stipulata tra l’Istituzione arbitrale e le parti.

 

 

 

                                                                                                                       

 

 

[1] Corte di Cassazione, sezioni unite, 3.8. 2000 n. 527.

[2] Corte di Cassazione, sezioni unite, ord. N.24153/2013.

[3] Cassazione n.10141/2004.

[4] Cfr. Cass. civ. Sez. 2, 15 settembre 2008 n. 23586; Cass. civ. Sez. 1, 7 dicembre 2004 n. 22962; Cass. civ. Sez. 1, 8 luglio 1996 n. 6199.

[5] Trib. Roma 2 Maggio 1995, in Gius, 1995, p. 1415.

[6] Trib. Mantova 9 maggio 2013

[7] VIGORITI, L’onorario degli arbitri, in Riv. Arb., p. 189 e ss.

[8] Corte di Cassazione, sez. I, 21/02/2014 n. 6736.

[9] Art. 36 Regolamento Arbitrale, Camera Arbitrale Milano; art. 22 Regolamento Arbitrale, Camera di Commercio Roma.

 

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