Clausola risolutiva espressa: opera automaticamente?

In Diritto Civile
Tribunale di Roma, Dott. Amato, sentenza n.835 del 18/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Lorenzo Mariconda

L’eventuale applicazione della clausola risolutiva determina una pronuncia del giudice di natura dichiarativa e non costitutiva, come invece accade in relazione alla risoluzione per inadempimento o in quella per eccessiva onerosità.

Con ricorso ex art. 447 bis c. p. c. una società in nome collettivo esponeva di aver concesso in affitto ad una s.r.l. un’azienda di vendita di pneumatici. Sosteneva l’attrice che, dal momento del prolungamento contrattuale, avvenuto con una scrittura privata del 13.04.2015, la controparte aveva cessato qualunque versamento e che, oltre a non aver pagato i canoni dovuti, non aveva nemmeno saldato il debito precedentemente rateizzato mediante un piano di rientro e mai contestato dalla convenuta in sede di rinnovo. Pertanto, stante il grave inadempimento, l’istante intendeva avvalersi della clausola risolutiva espressa contenuta all’interno della scrittura di proroga, in cui si stabiliva che “il mancato integrale pagamento di quanto dovuto alla data del 30 giugno 2015 provocherà l’automatica risoluzione del rapporto”. La volontà di avvalersi di tale clausola era stata manifestata con raccomandata del 02.07.2015.

In conclusione, la ricorrente chiedeva al Tribunale di dichiarare risolto il contratto di affitto di azienda, con condanna al rilascio della stessa nonché al pagamento dei canoni di affitto maturati e dei debiti non contestati.

La resistente chiedeva, invece, il rigetto della domanda e, in subordine, in caso di accoglimento, la restituzione delle somme depositate a garanzia. La difesa della conduttrice si fondava essenzialmente sulla negazione dell’affitto di azienda, in quanto il contratto di locazione non sarebbe stato fornito e l’immobile oggetto della pattuizione si sarebbe rivelato privo di legittimità urbanistica. Sarebbe, in tale ricostruzione, mancata anche la consegna dei beni strumentali necessari ai fini dell’individuazione dell’azienda.

Il Tribunale di Roma, in persona del dott. Amato, con una pronuncia particolarmente puntuale, accoglie integralmente la domanda. Si evidenzia, innanzitutto, che il contratto di affitto sia in essere dal 2008 e mai siano sorte contestazioni prima del giudizio in oggetto; motivo per cui, peraltro, la società convenuta ha provveduto nel corso del tempo al pagamento di 521.000 euro che, qualora non vi fosse un rapporto di tal fatta, non troverebbero giustificazioni.

Alla luce del fatto che la resistente non ha provato alcun pagamento ad estinzione dei canoni stabiliti, l’inadempimento sarebbe grave e tale da giustificare l’applicazione della figura della risoluzione per inadempimento di cui agli artt. 1453-1455 c.c.. Tuttavia, sottolinea il giudicante, nel caso di specie, il locatore ha dichiarato di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa contenuta nel contratto, così come disciplinata dall’art. 1456 c.c..

Richiamando una pronuncia della Suprema Corte[1], il Tribunale afferma che la clausola risolutiva espressa non opera automaticamente, ma si rende necessaria la manifestazione di volontà della parte che se ne voglia avvalere, esercitando il diritto potestativo di risolvere il contratto con dichiarazione negoziale recettizia. Occorre, inoltre, che la clausola sia riferita ad una specifica obbligazione contrattuale.

L’eventuale applicazione della clausola risolutiva, poi, determina una pronuncia del giudice di natura dichiarativa e non costitutiva, come invece accade in relazione alla risoluzione per inadempimento o in quella per eccessiva onerosità.

Il giudice conferma che la manifestazione di volontà dell’istante sia avvenuta con raccomandata del 2 luglio 2015 e, pertanto, che siano stati rispettati tutti i requisiti per l’applicazione della clausola risolutiva espressa. In virtù di tale argomentazione di diritto, viene dichiarato risolto il contratto e, per l’effetto, la resistente viene condannata al rilascio dell’azienda, nonché al pagamento dei canoni scaduti e dei debiti non contestati.

Relativamente all’eccezione di compensazione relativa alla restituzione del deposito cauzionale sollevata da parte resistente, il giudicante si pronuncia negativamente, richiamando l’orientamento di legittimità per il quale l’obbligo di restituzione delle somme versate a titolo di deposito sorga a carico del locatore solo dopo il rilascio dell’immobile da parte del conduttore[2], di modo che il concedente abbia la possibilità di verificare l’eventuale presenza di danni o pregiudizi al bene di sua proprietà.

[1] Cass.Civ., 6634/2012

[2] Cass. 15 ottobre 2002, n. 14655

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