CIVILE: Eccezione di prescrizione dell’azione di ripetizione ed onere probatorio

In Diritto Civile
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Corte di Cassazione, rdinanza n. 4372 del 22 febbraio 2018
Redatto dalla dott.ssa Maria Marano

Con l’ordinanza n. 4372 del 22 febbraio 2018, la Suprema Corte si è pronunciata sul tema della prescrizione delle rimesse solutorie in conto corrente.

Nell’ambito di un giudizio di ripetizione di indebito intrapreso da un correntista, la Banca ricorreva per Cassazione avverso la pronuncia della Corte d’appello di Catania che confermava la sentenza del Giudice di prime cure che aveva rigettato l’eccezione di prescrizione dalla stessa formulata perché generica in quanto mancante l’indicazione dei versamenti solutori cui la prescrizione stessa doveva riferirsi.

La Banca lamentava la violazione e falsa applicazione degli artt. 2935 c.c. e 115 c.p.c., affermando che il conto corrente non era assistito da alcuna apertura di credito, sicché le rimesse operate nel corso del rapporto presentavano natura solutoria, non essendoci alcuna provvista da integrare e che pertanto la Corte aveva ritenuto erroneamente che l’eccezione di prescrizione formulata dalla Banca fosse generica.

La banca, infatti, aveva fatto riferimento a tutte le rimesse effettuate nel periodo antecedente il decennio che precedeva la notifica dell’atto di citazione.

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n. 24418 del 2 dicembre 2010, aveva distinto le rimesse “ripristinatorie” da quelle “solutorie” nei rapporti bancari, in ordine alla decorrenza della prescrizione del diritto del cliente alla ripetizione degli importi indebitamente versati alla banca. Si definiscono ripristinatori gli accrediti in conto eseguiti in un rapporto per cui esiste un affidamento bancario, e nei limiti del fido concesso, mentre solutori gli accrediti in conto eseguiti in assenza di affidamento, scoperto di conto, o oltre l’affidamento concesso.

La Suprema Corte, nel caso in esame, ha accolto il ricorso richiamando la sentenza a Sezioni Unite n. 24418/ 2010 con la quale aveva sancito il principio secondo cui “l’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati”.

La Suprema Corte ha specificato la distinzione tra versamenti solutori da quelli ripristinatori della provvista, infatti solo i primi possono considerarsi pagamenti rientranti nella fattispecie prevista ex art. 2033 c.c..

Per i versamenti solutori la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito decorre dal momento in cui le singole rimesse abbiano avuto luogo; viceversa, per i versamenti ripristinatori che non soddisfano il creditore ma ampliano, o ripristinano, la facoltà d’indebitamento del correntista, il pagamento potrà configurarsi solo dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto corrente, la banca abbia percepito dal correntista il saldo finale, in cui siano compresi interessi non dovuti, con conseguente decorrenza della prescrizione.

Il carattere solutorio o ripristinatorio delle singole rimesse non incide sul contenuto dell’eccezione di prescrizione dell’azione di ripetizione, che rimane lo stesso, indipendentemente dalla natura, solutoria o ripristinatoria, dei singoli versamenti: semplicemente, la distinzione concettuale esistente tra le diverse tipologie di versamento imporrà al giudice di selezionare giuridicamente le rimesse che assumano concreta rilevanza ai fini della ripetizione dell’indebito e della prescrizione.

Si specifica inoltre che non è richiesto al correntista che agisce in giudizio proponendo domanda di ripetizione di indebito, l’indicazione specifica delle rimesse eseguite.

È pacifico, quindi, che nel caso di specie tale onere non possa ricadere sulla Banca “Non si vede, dunque, per quale ragione la banca che eccepisca la prescrizione debba essere gravata dell’onere di indicare i detti versamenti solutori (su cui la detta prescrizione possa, poi, in concreto operare) quando nemmeno l’attore in ripetizione è tenuto a precisare i pagamenti indebiti oggetto della pretesa azionata”.

Pertanto, si deve escludere che la banca, convenuta in ripetizione, possa essere onerata dell’allegazione specifica delle rimesse solutorie e dunque dall’indicazione degli importi con cui la società correntista avesse provveduto a ripianare esposizioni debitorie che si collocavano oltre il limite dell’affidamento.

La banca che sollevi l’eccezione di prescrizione del diritto alla ripetizione deve limitarsi ad allegare il fatto costitutivo, ovvero l’inerzia del correntista, spettando al giudice individuare le rimesse aventi natura ripristinatoria che, non potendo essere considerate pagamenti, sono irrilevanti ai fini della prescrizione. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso della Banca e cassato con rinvio la sentenza alla Corte d’appello di Catania.

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