CESSIONE D’AZIENDA: automatico il trasferimento del rapporto lavorativo senza necessità del consenso del lavoratore

In Lavoro e Previdenza
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza n.12919 del 23/05/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Gabriele Marasco

Nell’ipotesi di cessione d’azienda si realizza, con riferimento alla posizione del lavoratore, una successione legale nel contratto che non richiede il consenso del contraente ceduto, il quale potrà successivamente esercitare il proprio diritto di recesso nei termini sanciti dal quarto comma dell’articolo 2112 c.c.

Questo il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte con sentenza n.12919 del 23/05/2017.

A seguito di una vicenda traslativa del personale dipendente, determinata dalla cessione di un ramo di azienda, il lavoratore ricorrente non si era presentato al lavoro alla data indicata nella comunicazione della società cessionaria, la quale dopo la formulazione di una contestazione circa l’assenza ingiustificata, aveva inviato lettera raccomandata con cui, preso atto che il lavoratore non aveva mostrato interesse a svolgere attività di lavoro alle sue dipendenze, poneva nel nulla la precedente contestazione disciplinare, sul rilievo che nessun rapporto di lavoro era stato instaurato fra le parti. La società cessionaria osservava come il complessivo comportamento assunto dal ricorrente integrava un rifiuto di concludere un contratto di lavoro con la stessa, non omettendo di rimarcare altresì che l’opposizione al passaggio diretto alle dipendenze della suddetta società si palesava coerente con i dettami di cui all’art. 2112 c.c.

Il lavoratore propone domanda al fine di conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento e la reintegra nel posto di lavoro, domanda che viene respinta tanto in primo grado quanto in appello.

Viene proposto quindi ricorso per Cassazione, deducendo che la tesi accreditata dalla Corte d’Appello, secondo cui il lavoratore avrebbe potuto anche per fatti concludenti rifiutare l’instaurazione di un rapporto di lavoro con la società cessionaria, vulnera l’art. 2112 c.c. che sancisce l’automaticità del trasferimento d’azienda.

La Corte di Cassazione, con la sentenza 12919 del 23 maggio 2017, rileva fondato il motivo di ricorso.

Infatti l’ordinamento giuridico predispone un sistema di garanzia per i lavoratori in base al quale, in caso di cessione di azienda o ramo di azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti diritti che ne derivano.

Il rapporto di lavoro con l’imprenditore entrante costituisce un effetto automatico ex lege della vicenda circolatoria. Ne consegue che non è richiesto il consenso dei lavoratori coinvolti e, pertanto, a differenza dell’ipotesi di una cessione di contratti di lavoro, che richiede per il suo perfezionamento il consenso dei lavoratori ceduti, nell’ipotesi della cessione di ramo di azienda si realizza la successione legale nel rapporto di lavoro del cessionario che non necessita del consenso da parte dei contraenti ceduti.

La regola che risulta da queste disposizioni, secondo cui il trasferimento avviene senza il consenso delle parti in causa, ha carattere imperativo: non è consentito derogarvi in senso sfavorevole ai lavoratori.

L’unica possibilità prevista, come si evince dall’art. 2112 c.c., che garantisce la facoltà di esercitare il recesso, è quella per la quale è consentito al lavoratore, le cui condizioni di lavoro subiscono una sostanziale modifica, rassegnare le proprie dimissioni nei tre mesi successivi al trasferimento d’azienda.

La corte territoriale, dopo avere scrutinato il comportamento assunto dal lavoratore nel caso in questione, ha ritenuto, in base a una errata interpretazione della norma in esame, che, essendo prevista una generica tutela per la lesione del diritto del lavoratore a lavorare per un datore di lavoro che non aveva scelto, il comportamento del ricorrente costituisse una forma di opposizione al passaggio diretto alle dipendenze del cessionario e, di conseguenza, di rifiuto di concludere un contratto di lavoro con quest’ultimo.

Tuttavia non è riconosciuto dall’ordinamento in capo al lavoratore un diritto di opposizione al trasferimento nel senso inteso dalla impugnata sentenza, rimanendo irrilevante il suo consenso al trasferimento del ramo d’azienda presso cui prestare attività lavorativa, che si configura astrattamente in termini di automaticità, non escludendosi però che il dipendente possa scegliere di recedere dal rapporto già costituitasi in maniera espressa e con una inequivocabile condotta.

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