CEDU: intrasmissibilità agli eredi del diritto ad agire in giudizio per la tutela del diritto protetto dall’art. 3 della Convenzione

In Internazionale
Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 4 ottobre 2016 – Ricorso n. 22783/13 – Causa Antonio Patitucci c.Italia [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Deborah Del Monaco

“La Corte rammenta inoltre che la regola dell’esaurimento delle vie di ricorso interne posta dall’articolo 35 § 1 della Convenzione attribuisce al ricorrente l’obbligo di esperire i ricorsi normalmente disponibili e sufficienti nell’ordinamento giuridico interno per permettergli di ottenere riparazione delle violazioni da lui dedotte. Questi ricorsi devono esistere con un sufficiente grado di certezza, sia in teoria che in pratica, altrimenti mancherebbero loro l’effettività e l’accessibilità richieste.”

“L’articolo 3 della Convenzione recita:«Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Facendo riferimento alla propria giurisprudenza relativa all’articolo 34 della Convenzione (paragrafo 27 supra), la Corte ritiene che questo motivo di ricorso sia strettamente legato al ricorrente e non sia trasferibile ai suoi eredi. Pertanto, i famigliari del ricorrente non hanno locus standi dinanzi ad essa per quanto riguarda la doglianza relativa al sovraffollamento carcerario (mutatis mutandis, M.P. e altri c. Bulgaria, sopra citata, §§ 96-100; a contrario, Kurt c. Turchia, 25 maggio 1998, §§ 130-134, Recueil 1998 III).”

Con la sentenza sopraindicata, la Corte Europea dei diritti dell’Uomo si è pronunciata sul ricorso individuale promosso dal Sig. Patitucci contro l’Italia e proseguito dagli eredi dello stesso a seguito del decesso del ricorrente, avvenuto in corso di causa.

Nello specifico, parte ricorrente agiva ex art. 2 (diritto alla vita) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo per la lesione del diritto alla vita, giacché le Autorità Italiane avevano provveduto con negligenza alla presa in carico medica del ricorrente nel corso della detenzione: circostanza che avrebbe poi determinato il decesso del Sig. Patitucci. Inoltre, il ricorrente lamentava una lesione ex art. 3 della  CEDU per aver scontato la propria pena detentiva in diversi istituti penitenziari italiani, ma sempre in condizioni di sovraffollamento carcerario, avendo a disposizione in media quasi sempre 4 metri quadrati di spazio personale.

Con riferimento all’inadeguato trattamento sanitario riservato al Sig. Patitucci nel corso della sua detenzione, la Corte ha precisato che gli eredi del ricorrente ex art. 34 avessero un interesse sufficiente nella causa e che, pertanto, avessero diritto a proseguire il giudizio. Tuttavia, la Corte EDU ha rilevato che – essendo stata esperita in Italia da parte degli eredi un’azione di responsabilità civile nei confronti del Ministero della Salute e della Giustizia e non essendosi ancora concluso il giudizio – il ricorso fosse da considerarsi irricevibile ex art. 35 § 1 della Convenzione dei diritti dell’Uomo per mancato esaurimento delle vie di ricorso interne, condizione propedeutica all’audizione della Corte stessa.

Con riferimento al secondo profilo, è d’uopo precisare la Corte si era già pronunciata in più occasioni in merito al sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani. Soprattutto a partire dalla sentenza pilota Torreggiani (Corte Europea Diritti dell’Uomo, sez. II, sentenza 08/01/2013) l’Italia era stata, infatti, invitata proprio dalla Corte di Strasburgo a prendere provvedimenti finalizzati a rimuovere, da un lato, il sovraffollamento carcerario e, dall’altro, ad introdurre rimedi di carattere giurisdizionale interni per offrire un’adeguata riparazione a tali violazioni.

Tali rimedi correttivi sono stati effettivamente posti in essere dalle Autorità Italiane, le quali hanno emanato il d.l. n. 146/2013 (c.d. “decreto svuota-carceri” convertito dalla l. n. 10/2014) con il quale sono state introdotte maggiori tutele e garanzie per le persone detenute sotto il profilo del rispetto dei diritti umani e, nello specifico, di quello inerente la dignità di chi è sottoposto ad un trattamento penitenziario.

Tuttavia, nel caso specifico del Sig. Patitucci, la Corte ha affrontato il tema della trasmissibilità del diritto iure hereditatis ad agire in giudizio per la tutela del diritto protetto dall’art. 3 della CEDU (secondo cui «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti» ).

In particolare, la Corte di Strasburgo, negando la trasferibilità del diritto stesso, ha ritenuto che gli eredi del Sig. Patitucci non avessero un interesse sufficiente nella lite e che pertanto il ricorso fosse incompatibile rationae personae con le disposizioni della Convenzione o dei suoi Protocolli, pronunciandosi in conseguenza per l’irricevibilità dello stesso.

 

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