CASO PREVITI VS WIKIMEDIA: responsabilità dell’Internet Service Provider

In Diritto Civile, Information Technology
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CORTE D’APPELLO DI ROMA, SEZ. I CIVILE, SENTENZA 19/02/2018 N° 1065
Redatto dall’Avv. Gianluca Comparone

“La responsabilità dell’Internet Service Provider deve ritenersi sussistente per le informazioni oggetto di hosting (memorizzazione durevole) soltanto allorquando il provider sia effettivamente venuto a conoscenza del fatto che l’informazione è illecita e non si sia attivato per impedire l’ulteriore diffusione della stessa e ciò in assenza di un generale obbligo di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite, né potendo ritenersi integrata alcuna posizione di garanzia, in assenza di norme che radichino la responsabilità oggettiva o di posizione del provider o l’esistenza in capo ad esso di un obbligo di controllo.”

Nella sentenza in esame, la Corte d’Appello di Roma ha deciso sull’appello avverso l’ordinanza del Tribunale di Roma, ex art. 702 ter c. 5 c.p.c., esaminando la questione attinente la responsabilità dell’internet service provider in relazione alle informazioni presenti nella piattaforma in propria gestione.

Il caso esaminato dalla Corte riguarda l’appello presentato dall’Avv. Cesare Previti in relazione alle richieste dallo stesso effettuate in primo grado ed attinenti: a) alla rimozione di alcune parti di biografia contenute sul sito Wikipedia, poiché ritenute lesive; b) condanna al pagamento di euro 50.000,00, ovvero di altra somma ritenuta di giustizia; c) pubblicazione del provvedimento sui principali quotidiani nazionali.

Il tribunale di Roma, in primo grado, respingeva le domande dell’attore condannandolo alla refusione delle spese di giudizio.

In particolare, le argomentazioni a fondamento dell’ordinanza emessa si basavano sull’assenza di prova relativamente alla responsabilità del hosting provider. Tale soggetto, secondo il succitato Tribunale, si limita ad offrire ospitalità sui propri server, senza intervenire direttamente sulla gestione delle informazioni in essi contenute. Inoltre, il giudice di primo grado ravvisava la non applicabilità dell’art. 11 l. 47/1948 in relazione ai reati commessi a mezzo stampa, ciò in ragione della impossibilità di monitorare il flusso di utenti e delle relative informazioni inserite, nonché l’assenza di un rapporto negoziale tra l’autore dello scritto e l’hosting provider.

In seguito, l’appellante formulava le proprie argomentazioni sulla base di due fondamentali motivi: 1) mancata applicazione delle sanzioni correlate all’ingiustificato rifiuto di partecipare al procedimento di mediazione; 2) la responsabilità di Wikimedia Foundation inc, quale gestore dell’enciclopedia on line Wikipedia.

La Corte d’Appello di Roma, investita del gravame, ha ritenuto infondato l’appello proposto.

Nello specifico, in relazione al primo motivo di appello, la Corte ha ribadito la correttezza della pronuncia del Tribunale di Roma, il quale aveva constatato l’efficacia della pronuncia di incostituzionalità della procedura di mediazione, in forza della quale la procedura di mediazione era stata eliminata dall’ordinamento giuridico. In aggiunta a tale dato, la sanzione veniva correlata alla mancata partecipazione della parte convenuta “senza giustificato motivo”. Al contrario, invece, Wikimedia aveva rappresentato esplicitamente le ragioni della mancata partecipazione al procedimento di mediazione, circostanza, dunque, che esclude l’assenza del giustificato motivo.

Per quanto attiene la seconda doglianza, centrale per la vicenda in esame, la Corte ha preliminarmente rilevato l’assenza di una contestazione all’impianto motivazionale della sentenza appellata. Nell’appello, infatti, non veniva contestata l’insussistenza di una previsione normativa che conducesse ad un’applicazione di una responsabilità oggettiva – in termini di responsabilità di posizione – in capo alla Società Wikimedia, né un obbligo di controllo che avrebbe consentito l’applicazione di una responsabilità per omissione.

Analizzando l’ordinanza in relazione al motivo di cui sopra, si evidenzia come la Corte non abbia dato alcun peso significativo alla diffida inviata dall’appellante e rivolta alla Wikimedia per la rimozione delle asserite informazioni diffamatorie.

La Corte, infatti, ha ribadito che mediante la diffida inviata non si richiedeva una modifica o cancellazione di voci, bensì una generica affermazione di diffamatorietà dei contenuti presenti nella biografia. Inoltre, applicando la precedente giurisprudenza sul punto, la Corte ha ribadito che le comunicazioni di parte non sono idonee a rendere edotto ed informare il provider sulla conoscenza effettiva da cui scaturisce un obbligo di intervento.

In sostanza, la Corte d’Appello ha condiviso la validità dell’annuncio relativo alla condizione di Wikipedia come enciclopedia on line, con contenuti aperti e non garantiti in una logica di verità e validità. A ben vedere, il procedimento di inserimento delle informazioni, permette anche una modifica delle stesse mediante un’operazione che può essere compita da chiunque.

In definitiva, la Corte ha affermato il ruolo di Wikimedia quale hosting provider, con lo scopo di memorizzare informazioni fornite da un destinatario del servizio, ciò sulla base della definizione dettata dalla Direttiva 2000/31/CE e nella rispettiva normativa interna di recepimento (D.lgs. 70/2003), dalla quale, sebbene non direttamente applicabile al caso di specie, vengono estrapolate le fondamentali direttrici giuridiche per la disamina della fattispecie concreta.

Dall’esame della normativa suddetta e della elaborazione giurisprudenziale sul tema, la Corte d’Appello ha stabilito che la responsabilità dell’Internet Service Provider deve ritenersi sussistente per le informazioni oggetto di hosting (memorizzazione durevole) soltanto allorquando il provider sia effettivamente venuto a conoscenza del fatto che l’informazione è illecita e non si sia attivato per impedire l’ulteriore diffusione della stessa e ciò in assenza di un generale obbligo di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite, né potendo ritenersi integrata alcuna posizione di garanzia, in assenza di norme che radichino la responsabilità oggettiva o di posizione del provider o l’esistenza in capo ad esso di un obbligo di controllo.

In ultima analisi, la Corte ha poi affrontato la disamina della natura diffamatoria dei contenuti della biografia, evidenziando l’estraneità soggettiva della Società Wikimedia, non essendo dimostrata la c.d. coscienza e volontà di danneggiare l’appellante e la prova, in concreto, della diffamatorietà delle informazioni biografiche. Invero, applicando il perimetro giuridico esaminato dalla Corte d’Appello, l’obbligo di Wikimedia, quale hosting provider, sarebbe stato configurabile solo dinanzi ad un ordine dell’Autorità giudiziaria, ovvero per l’utilizzazione di espressioni lesive dei diritti della persona, che nel caso di specie non sono state ravvisate dalla Corte d’Appello di Roma in relazione alle informazioni contenute nella biografia dell’appellante.

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