BANCAROTTA RIPARATA: presupposti applicativi dell’istituto

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, sezione quinta, sentenza 50832 del 30/11/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto a cura del Dott. Giovanni Sodano

Non costituisce bancarotta fraudolenta per distrazione la condotta, la cui portata pregiudizievole sia annullata in virtù di un’attività di segno opposto, capace di ripristinare il patrimonio della fallita prima dall’apertura dell’intervento della declaratoria fallimentare, o comunque prima dell’insorgenza della situazione di insolvenza posta a monte del fallimento.

Con il provvedimento richiamato in epigrafe la quinta sezione della Suprema Corte torna ad esprimersi su uno dei profili più controversi e attuali in materia di bancarotta, ovvero quello inerente alla presunta configurabilità dell’ipotesi di non punibilità della cd. “bancarotta riparata”.

All’attenzione dei giudici di legittimità la sentenza con la quale la Corte di Appello di Milano, confermando la sentenza dei giudici di prime cure, condanna P. L.  alla pena della reclusione di anni due per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale in qualità di amministratore di fatto della società “x s.r.l.”, dichiarata fallita nel Novembre 2001.

Oltre alla presunta inutilizzabilità del verbale di constatazione della Guardia di Finanza su cui, a detta del ricorrente, si fonderebbe la motivazione della sentenza di primo grado, i motivi di ricorso ineriscono alla posizione da questi rivestita nell’ambito dell’organizzazione interna della società fallita, ritenuta dai giudici riconducibile a quella di amministratore di fatto dell’ente, nonché alla presunta mancanza dell’elemento doloso in relazione alla contestata bancarotta documentale che avrebbe giustificato una derubricazione del reato contestato nella più lieve fattispecie di cui all’art. 217 R.D. 276 del 1942. Ad essere censurata è, altresì, la mancata considerazione da parte dei giudici di merito della condotta riparativa posta in essere dall’imputato prima dell’intervenuta dichiarazione di fallimento dell’ente in riferimento ad una serie di veicoli, oggetto di un contratto di locazione finanziaria, che egli avrebbe provveduto a restituire tempestivamente alla procedura fallimentare, previo pagamento delle relative rate mediante danaro ascrivibile al figlio e alla moglie.

Rigettati gli altri motivi di ricorso, il Supremo Consesso si concentra in particolar modo su quest’ultima censura, tenuto conto della rilevanza della questione giuridica sollevata dai difensori.

Ribadendo una posizione che oramai può ritenersi consolidata, stante l’uniformità delle più recenti pronunce in materia, la Corte sottolinea come, in caso di beni pervenuti all’ impresa in forza di un contratto di leasing, ai fini della configurazione di un’ipotesi di distrazione rilevante ex art. 216 l.f. basti l’accertamento dell’avvenuta manomissione degli stessi impeditiva della loro acquisizione all’attivo fallimentare, non rilevando nel caso di specie la successiva apprensione dei cespiti in forza del provvedimento di sequestro preventivo del Tribunale di Milano (Cass. pen., sez. V, 12.03.12, n. 9427, Cannarozzo).

Ritengono, pertanto, i giudici di non poter escludere, alla luce della presunta condotta riparativa del ricorrente, l’elemento materiale della bancarotta fraudolenta patrimoniale contestatagli, giacché per aversi la cosiddetta “bancarotta riparata” occorre non solo che l’agente ponga in essere un’attività di segno opposto a quella penalmente rilevante, ma che la stessa si esaurisca prima dell’intervento della declaratoria fallimentare[1]. Orientamento, questo, che, stante la scarsa attenzione prestata dal Legislatore alla materia, prende le mosse dall’imprescindibile esigenza di fornire una lettura in chiave valorizzativa della concreta offensività della disciplina dei reati di bancarotta, onde prevenire un’eccessiva e indiscriminata estensione della cosiddetta ‹‹zona di rischio penale›› e che nel provvedimento in esame trova ancora una volta piena conferma da parte dei giudici di legittimità[2].

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[1]Ex plurimis, Cass. pen., sez. V, 21.9.2007 n. 39043, rv. 238212; Cass. pen., sez.  V, 3.2.2011 n. 8402, rv. 249721; Cass. pen., sez. V, 23.4.2013 n. 28514, rv. 255576.

 

 

[2] Per un approfondimento, cfr. chiaraviglio p., “Danno e pericolo nella bancarotta cd. “riparata”, nota a Cass., Sez. V, 22 ottobre 2014, n. 6408, Pres. Ferrua, Rel. Guardiano, in Dir. pen. cont., 2015.

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