Bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale: elementi costituivi delle fattispecie di reato.

In Diritto penale commerciale, Fallimentare
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Tribunale di Milano, sez. I penale, sentenza del 11 dicembre 2017 (dep. 11 gennaio 2018) n. 12566
 Redatto dalla dott.ssa Federica Antonacci

Con la sentenza n. 12566/2017 la Prima Sezione Penale del Tribunale di Milano ha assolto il liquidatore e l’amministratrice, di una società soggetta alla procedura fallimentare, dal reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale perché il fatto non sussiste ex art. 530 c.p.p.

Gli imputati erano accusati di aver sottratto e distrutto i libri sociali e le scritture contabili in concorso tra loro, nonché di aver distratto a proprio vantaggio alcune partecipazioni delle società, ai sensi degli artt. 110 c.p., 216, 223 e 219 l.f., vedendosi pertanto contestare i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.

Ai sensi dell’art. 216 l.f. si configura il reato di bancarotta fraudolenta quando l’imprenditore, dichiarato fallito “ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di arrecare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti” ovvero “ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere più possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari”.

La prima ipotesi configura il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale: sono varie le condotte previste dalla norma ma tutte accomunate dal fatto di comportare un’offesa alla garanzia patrimoniale dei creditori attraverso la diminuzione del patrimonio del fallito.

La seconda ipotesi, invece, attiene alla bancarotta fraudolenta documentale in cui la condotta ha per oggetto la distruzione o falsificazione dei libri contabili e delle altre scritture prescritte dalla legge nonché di quelle obbligatorie previste dal codice civile ex artt. 2144, 2421 e 2478 c.c.

La differenza tra le due tipologie di bancarotta consiste nel fatto che la bancarotta fraudolenta documentale è un reato di danno a dolo specifico, poiché recante pregiudizio per i creditori, mentre nel caso della bancarotta documentale è sufficiente il dolo generico e non si ritiene necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa né lo scopo di recare pregiudizio ai creditori.

Nel caso in esame il Tribunale non ha ritenuto adeguatamente raggiunta la prova della responsabilità penale degli imputati per i reati contestati.
Per quanto attiene all’ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale, la sentenza precisa che la condotta può essere addebitata esclusivamente al soggetto che ricopre la carica di amministratore della società al momento della dichiarazione di fallimento.

Se invece, come nel caso di specie, viene contestato il reato a colui che rivestiva formalmente la condotta di amministratore in una fase precedente alla dichiarazione di fallimento, è necessario provare che il suddetto soggetto è stato anche amministratore di fatto nell’ultima fase di vita della società. Ciò non risulta provato dalle testimonianze rese in sede di udienza dibattimentale nei confronti di nessuno dei due imputati.

Il Tribunale inoltre ritiene che, affinchè possa ritenersi integrato il reato di bancarotta fraudolenta documentale, è necessario non solo che il soggetto agente abbia poteri di rappresentanza e amministrazione al momento della dichiarazione di fallimento, ma anche la presenza in capo allo stesso del dolo specifico consistente nella consapevolezza di arrecare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, circostanza neppure questa adeguatamente provata. Quanto, invece, all’ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale, pur essendo emersa palesemente l’esposizione debitoria della società, non risulta provato che è stata messa in atto da parte degli imputati una diminuzione della consistenza patrimoniale della società fallita tale da determinare squilibrio tra attività e passività, ponendo in concreto pericolo le ragioni della massa creditoria.

Invero, il giudice ritiene che in sede dibattimentale non è stato dimostrato il concreto conseguimento da parte degli imputati di utili effettivi tali da configurare il reato.
Ne deriva l’assoluzione di entrambi gli imputati perché il fatto non sussiste.

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