Bancarotta fraudolenta: legittimità delle pene accessorie

In Diritto penale commerciale
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Cassazione penale, Sez. I, ordinanza del 17 novembre 2017, n. 52613 [Leggi l’ordinanza]
Redatto dalla dott.ssa Federica Antonacci

“Deve ritenersi rilevante e non manifestatamente infondata, con riferimento agli artt. 3, 4, 41, 27 e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 8 CEDU e 1, Protocollo n.1 CEDU, la sollevata questione di legittimità costituzionale agli artt. 216, ultimo comma, e 223, ultimo comma, R.D. 16 marzo 1942 n. 267 (recante “Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa”), nella parte in cui prevedono che alla condanna per uno dei fatti previsti in detti articoli conseguono obbligatoriamente, per la durata di dieci anni, le pene accessorie della inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e della incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa. Va per l’effetto disposta l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, mentre il giudizio in corso deve essere sospeso

La Cassazione, con l’ordinanza n. 52613 del 17 novembre 2017, riapre la questione di legittimità costituzionale degli artt. 216 ultimo comma e 223 ultimo comma della legge fallimentare, nella parte in cui stabiliscono che, in caso di condanna per il reato di bancarotta fraudolenta, si applicano, per la durata di dieci anni in misura fissa, le pene accessorie dell’inabilitazione all’esercizio dell’impresa commerciale e dell’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

La vicenda processuale è collegata al tracollo finanziario delle società del gruppo Parmalat, al fallimento delle stesse e all’imputazione, per la famiglia Tanzi ed i vertici delle società collegate alla Parmalat, per i reati di bancarotta.
In particolare, trattasi della condanna per bancarotta fraudolenta, inflitta in primo grado e confermata in appello, del vertice del Gruppo Bancario Banca di Roma, poi divenuta Capitalia, per l’erogazione di un finanziamento ponte di 50 milioni di euro a favore del Gruppo Parmalat, prestito erogato nella consapevolezza della totale assenza dei presupposti di merito creditizio e del noto occultamento da parte del gruppo Parmalat di consistenti perdite e di distrazione fondi.
Secondo la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Parma, infatti, il gruppo Capitalia avrebbe erogato alla Parmalat il prestito con il preciso scopo di indurre questo a contribuire a ristrutturare il debito del gruppo Ciarrapico, a sua volta pesantemente indebitato verso Capitalia, avendo l’erogazione del prestito un preciso fondamento nell’interesse di Capitali a veder in parte ripianato il debito del gruppo Ciarrapico.

La condanna inflitta in primo grado e in appello viene annullata al primo approdo in Cassazione nel 2014, sul presupposto per cui non era stato adeguatamente provato il concorso nel reato di bancarotta tra i vertici di Capitalia e le condotte della famiglia Tanzi, dichiarando altresì l’intervenuta prescrizione del delitto di usura. In sede di rinvio, la Corte di Appello di Bologna, uniformandosi alla pronuncia della Cassazione, aveva assolto gli imputati dalle ipotesi di bancarotta e ridotto, in conseguenza di ciò, il trattamento sanzionatorio inflitto quanto alle pene principali, senza modificare però le pene accessorie di cui agli artt. 216 e 223 l.f.

Avverso la sentenza del giudizio di rinvio propongono ricorso gli imputati, sollevando la questione di legittimità costituzionale per le pene accessorie collegate al reato di bancarotta, ex art. 216 l.f., in particolare per l’applicazione delle stesse in misura fissa pari a dieci anni.

Nell’ordinanza in esame la Cassazione preliminarmente osserva che, anche se già ritenuta inammissibile nella prima pronuncia del 2014, sul presupposto per cui la questione processuale non è ancora conclusa, non deve precludersi tout court l’esame della stessa, poiché, per effetto dell’annullamento con rinvio, la norma della cui legittimità costituzionale i ricorrenti dubitano deve essere nuovamente applicata.

Pertanto i dubbi di legittimità costituzionale dell’applicazione delle pene accessorie in misura fissa di dieci anni appaiono fondati in primis perché i minimi e massimi edittali per le pene, anche accessorie, sono corollario del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., rispondendo all’esigenza di proporzionalità in relazione al singolo caso in concreto; nonché in virtù dei princìpi di cui agli artt. 27 Cost., commi 1 e 3, e 41 Cost., in tema di personalità della responsabilità penale, finalità rieducativa della pena e libertà di iniziativa economica.

Ciò in quanto la previsione di un rigido automatismo, senza alcuna possibilità di adattamento, lede  non solo “la possibilità dell’interessato di esercitare il suo diritto al lavoro, non soltanto come fonte di sostentamento ma anche come strumento di sviluppo della sua personalità”, ma comporta altresì “una drastica e non proporzionata compressione del diritto di iniziativa economica”.

Dal punto di vista sovranazionale, inoltre, secondo la Corte, le pene accessorie inflitte dagli artt. 216 e 223 l.f. si pongono in contrasto con la disciplina di cui agli artt. 8 CEDU e Protocollo n. 1 CEDU: infatti per la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, la nozione di “vita privata” ricomprende anche le attività professionali e commerciali, mentre il godimento del diritto di proprietà comprende anche diritti e interessi patrimoniali.

La Cassazione, pertanto, ritiene opportuno rimettere alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale degli artt. 216 e 223 l.f., laddove, stabilendo in misura fissa pari a dieci anni l’applicazione delle pene accessorie dell’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e dell’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso una qualsiasi impresa, ne comportano l’automatica applicazione, senza alcun apprezzamento né in relazione al caso concreto né alla pena principale inflitta.

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