BANCAROTTA FRAUDOLENTA: casi e conseguenze

In Diritto penale commerciale
Approfondimento a cura della Dott.ssa Giuseppina Verbena

Una domanda che, frequentemente, ci si pone in relazione al fallimento di un’impresa, è la seguente:

in quale reato può incorrere l’imprenditore fallito?

Il più grave, dal punto di vista sanzionatorio, è sicuramente il reato di bancarotta fraudolenta (reclusione da 3 a 10 anni). Tale reato è previsto dagli artt. 216 e 223 della legge fallimentare (Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267) e mira a punire i comportamenti dell’imprenditore contrari all’interesse dei creditori. È lapalissiano che l’elemento costitutivo che accomuna i reati fallimentari è la dichiarazione di fallimento.

La distinzione rispetto alla bancarotta semplice consiste nel fatto che nella bancarotta fraudolenta, l’agente opera con un intento fraudolento (dolo), nella consapevolezza di commettere condotte che pregiudicheranno il patrimonio sociale e quindi influiranno negativamente sui diritti della massa dei creditori. Per intento fraudolento si intende in genere “qualsiasi atto o complesso di atti implicanti una disposizione patrimoniale compiuti dalle persone preposte all’amministrazione della società, con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti la loro qualità, con l’intento di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto a danno della società o dei creditori, o anche con la sola intenzione di arrecare un danno alla società  o ai creditori”. Nell’ipotesi di bancarotta semplice, invece, l’agente agisce senza dolo ma in modo avventato e imprudente.

La bancarotta fraudolenta si distingue in:

  1. a) bancarotta fraudolenta patrimoniale, che si realizza quando l’imprenditore distrae, occulta, dissimula, distrugge o dissipa in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, espone passività inesistenti;
  2. b) bancarotta fraudolenta documentale, che si ha quando l’imprenditore sottrare, distrugge o falsifica, in modo tale da procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li tiene in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari. La Corte di Cassazione ha affermato che si verifica un reato di bancarotta fraudolenta documentale, anche senza il dolo specifico, vale a dire anche in assenza dell’intenzione da parte dell’imprenditore di sottrarre documenti o comunque tenere comportamenti che rendano la ricostruzione del patrimonio sociale impossibile. La Cassazione stabilisce che nel momento in cui un agente tiene un comportamento scorretto, è perfettamente consapevole delle eventuali conseguenze che potranno esserci in seguito, quindi è chiaro che se la contabilità è tenuta in modo irregolare, sarà difficile o impossibile poi ricostruirla;
  3. c) bancarotta fraudolenta preferenziale, che sussiste tutte le volte in cui l’imprenditore esegue pagamenti o simula titoli di prelazione, allo scopo di favorire taluni creditori rispetto ad altri.

Un’altra distinzione, che si può effettuare all’interno della categoria generale della bancarotta fraudolenta, concerne la dicotomia bancarotta fraudolenta propria e bancarotta fraudolenta impropria, a seconda che il fatto sia commesso da un imprenditore individuale fallito o da un soggetto diverso dal fallito, come, ad esempio, un amministratore, un direttore generale, un sindaco o un liquidatore di una società commerciale.

Per quanto riguarda il procedimento penale nei confronti del fallito, questo si apre a seguito della denuncia effettuata dal curatore fallimentare (che è un libero professionista). Il predetto curatore, nominato dal Tribunale con la stessa sentenza che dichiara il fallimento dell’impresa, ha il compito di amministrare il patrimonio fallimentare, cooperare col giudice delegato ed eseguire i provvedimenti emessi da quest’ultimo. L’attività del curatore, quindi, è un’attività rivolta in primis alla conservazione dei beni e dei diritti facenti parte del complesso patrimoniale dell’impresa fallita. Inoltre, il curatore svolge anche un’attività “inquirente”, consistente nell’obbligo di presentare al giudice una relazione sulle cause e circostanze del fallimento, sulla diligenza prestata dal fallito nell’esercizio dell’impresa e sulla sua responsabilità, sul tenore della vita privata dell’imprenditore e della sua famiglia.

Il caso più eclatante di bancarotta fraudolenta degli ultimi vent’anni, che ha interessato il nostro Paese, è sicuramente lo scandalo Parmalat, definito addirittura come il “processo del secolo”, nel quale sono stati imputati alcuni appartenenti ad istituti di credito, rei secondo l’ipotesi accusatoria per aver “concorso nella bancarotta impropria prevista dall’art. 223, comma 2, n.2 L.F. con il debitore ad orchestrare operazioni finanziarie ai danni di piccoli risparmiatori”. La Suprema Corte, Quinta sezione penale, con sentenza n. 37370 del 2011, ha confermato le condanne penali per bancarotta fraudolenta disposte nei confronti di alcuni amministratori della società Parmalat nonché del revisore legale dei conti, il quale è stato ritenuto colpevole di aver eluso le funzioni di controllo che gli spettavano, in relazione al ruolo fondamentale ricoperto nella genesi del dissesto della società. In particolare, come emerge dalla sentenza testé riportata, le condotte ascritte al predetto revisore consistono nell’aver “dismesso le vesti di controllore” e nell’aver agito come “suggeritore delle più accorte strategie fraudolente che sarebbero valse ad eludere le verifiche dei nuovi controlli, alla scadenza ex lege del mandato della società di revisione di cui era partner”.

Il suesposto caso rappresenta uno dei tanti esempi di bancarotta fraudolenta, che, probabilmente, ha destato maggiore interesse tra l’opinione pubblica.

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