AVVOCATO: se esercita attività di gestione del patrimonio altrui può fallire

In Diritto Civile, Fallimentare
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.1157 del 18/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Lorenzo Mariconda

È fallibile colui che esercita, in mancanza di autorizzazione, attività di gestione di patrimoni altrui, anche qualora questi svolga la professione di avvocato.

Il principio qui richiamato costituisce l’esito dell’interessante sentenza n. 1157/17 pronunciata dalla prima sezione della Cassazione Civile il 18/01/2017.

Il Giudice di Legittimità si trova a dover decidere su un ricorso presentato da un avvocato in contestazione della sentenza dichiarativa del proprio fallimento. Il professionista, infatti, oltre ad essere stato condannato in sede penale per lo svolgimento di un’illecita attività di intermediazione finanziaria, era stato dichiarato fallito dal giudice di prime cure, in virtù del fatto che l’acquisizione di somme di denaro da propri clienti, con la prospettiva di investirle e farle fruttare con elevati guadagni mediante una struttura esterna facente capo alla propria persona, veniva considerata dal tribunale un’attività imprenditoriale pienamente rientrante nei presupposti applicativi del fallimento.

La Corte d’Appello di Milano, sulla base delle medesime motivazioni, rigettava il reclamo avverso la sentenza presentato dall’avvocato, che, dunque, proponeva ricorso dinanzi alla Cassazione.

Le doglianza proposte dal professionista si articolavano in tre motivi, volti essenzialmente a dimostrare l’assenza di qualsivoglia attività d’impresa, tale da escludere la possibilità di essere sottoposto alla procedura concorsuale: sottolineava il ricorrente come, innanzitutto, il giudice del merito avesse semplicemente effettuato una descrizione dei requisiti richiesti dall’art. 2082 c. c. ai fini dell’esercizio di un’attività d’impresa senza, però, verificare se nel caso di specie, tali requisiti fossero realmente sussistenti. In particolare, con la difesa si evidenziava che nell’attività svolta difettasse il presupposto della percepibilità all’esterno, distintiva dell’imprenditorialità rispetto alla fattispecie del lavoro autonomo: secondo il ricorrente, infatti, non sarebbe stata riscontrabile l’etero-organizzazione tipica dell’imprenditore (in quanto attività basata essenzialmente sulla fiducia dei propri clienti e sull’intuitu personae), né sarebbe stata valutata correttamente la palese assenza dello scopo di lucro. Inoltre, per quel che qui interessa, lamentava l’errata valutazione del giudice di merito nell’attribuzione del requisito della professionalità.

Gli ermellini rigettano il ricorso nella sua totalità e confermano il fallimento a carico del ricorrente.

Relativamente alla doglianza promossa in merito all’assenza di etero-organizzazione, la Suprema Corte ritiene che il giudice d’appello abbia correttamente valutato quale attività imprenditoriale il comportamento tenuto dall’avvocato parallelamente alla pratica forense.

Costui, infatti, gestiva denaro affidato da propri clienti, con la promessa di investimenti mediante una ramificata struttura esterna, facente capo alla sua persona e costruita ad hoc: peraltro, si nota, i conti in cui confluiva il denaro erano intestati all’avvocato ed ai suoi collaboratori, elementi da cui si può trarre, ovviamente, la volontà del ricorrente di trarre profitto da tale attività d’investimento.

Relativamente alla censura sull’assenza di professionalità, poi, i giudici di legittimità si pronunciano nel senso dell’inammissibilità, in quanto lo svolgimento dell’attività in termini continuativi e non meramente occasionali era già stata accertata con sentenza passata in giudicato in sede penale.

Nessun rilievo, peraltro, assume, secondo il Collegio, il fatto che tale attività dovesse considerarsi o meno assorbente rispetto all’ordinaria attività professionale, trattandosi, infatti, di attività illecita.

La Corte, dunque, conferma la procedura concorsuale a carico del ricorrente pronunciandosi, per la prima volta, a favore del fallimento nei confronti di un avvocato che svolga un’attività d’impresa parallelamente all’ordinaria vita professionale forense e che, pertanto, non può essere qualificato come lavoratore autonomo ai sensi dell’art. 2222 c. c..

 

 

 

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