AVVOCATO: al coniuge che ha lasciato la professione forense per curare gli interessi dell’ex marito spetta l’assegno di mantenimento

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.1162 del 18/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Ida Morelli

“Se la ex ha lasciato la professione di avvocato per curare gli interessi del marito le spetta l’assegno di mantenimento a prescindere dalla durata del matrimonio

Questo il principio affermato dalla Cassazione civile, sezione prima, con sentenza n.1162 del 18/01/2017.

Il caso di specie è relativo alla separazione personale di due coniugi, pronunciata dal tribunale di Roma il 27/5/2010: la sentenza di primo grado rigettava sia la domanda di assegnazione della casa coniugale, avanzata dal marito, sia la domanda di attribuzione dell’assegno di mantenimento, avanzata dalla moglie.

Quest’ultima impugnava la sentenza pronunciata dal Giudice di prime cure, richiedendone una parziale riforma circa il riconoscimento dell’addebito della separazione al marito e del conseguente assegno di mantenimento in suo favore (per un valore non inferiore alla somma di 3.000 euro), assieme alla restituzione del mobilio e dei propri effetti personali.

La Corte d’appello di Roma accoglieva le istanze della moglie, condannando così il marito al versamento di un assegno mensile di mantenimento a favore dall’altro coniuge pari a 1.000 euro, e confermando per la restante parte la sentenza di primo grado.

La ratio decidendi della Corte d’appello era duplice: la devoluzione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie era dovuta, da un lato, alla necessità di garantire alla stessa il medesimo tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio, dall’altro, ai fini del generale sostentamento economico della moglie, la quale, durante il periodo matrimoniale, si era astenuta dall’esercizio della libera professione forense, ritrovandosi così, a seguito della separazione, in difficoltà economiche.

Il marito soccombente proponeva ricorso per cassazione adducendo, tra i vari motivi, la ridottissima durata del matrimonio nonchè l’indipendenza lavorativa dei due coniugi, sottolineando che entrambi, allo stesso modo, esercitavano separate ed incardinate attività professionali.

Ad avviso del ricorrente, tale circostanza era indice dell’attuale capacità lavorativa della moglie, e, dunque, sufficiente per negare alla stessa il diritto al recepimento dell’assegno di mantenimento.

Ebbene, la Suprema Corte di Cassazione ha rigettato le censure sollevate dall’uomo, ritenendo, al contrario, ragionevole il diritto della moglie all’assegno di mantenimento.

Infatti, secondo i giudici di legittimità, alla breve durata del matrimonio non poteva essere riconosciuta efficacia preclusiva del diritto al mantenimento, dovendo a tal fine sussistere solo ed esclusivamente i requisiti ex art. 156 c.c. (ossia, la non addebitabilità della separazione e la mancanza di redditi propri, tali da garantire un regime di vita equivalente a quello matrimoniale).

Inoltre, gli ermellini hanno ritenuto sussistente il diritto della moglie alla ricezione del suddetto assegno di mantenimento, sebbene la stessa avesse in parte esercitato l’attività professionale durante il matrimonio (nei soli settori penale e stragiudiziale), in virtù della circostanza che, durante il periodo matrimoniale, gli interessi maggiormente curati erano stati quelli del marito, che “aveva continuato a svolgere la propria attività, occupandosi delle questioni legali delle aziende della famiglia”, restando così declassati quelli della moglie, rinunciataria di una fetta importante della propria attività forense, ossia di quella attinente al settore civilistico.

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