AUTORICICLAGGIO: non integra il delitto di autoriciclaggio il mero deposito di somme di denaro, provento di furto, su una carta prepagata

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Cassazione penale, seconda sezione, sentenza n. 33074 del 14-28/07/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Francesca De Risi

Il deposito di denaro su una carta prepagata non può costituire né l’attività economica o l’attività finanziaria richieste dall’elemento oggettivo della fattispecie, né è in grado di ostacolare concretamente la provenienza delittuosa di simile denaro come invece richiede la previsione legislativa.

Per comprendere l’iter argomentativo della Corte è necessario partire da una breve narrazione dei fatti che hanno portato alla pronuncia de quo.

Con ordinanza del Giudice per le indagini preliminari, presso il Tribunale di Torino, venivano applicate la custodia cautelare in carcere e l’obbligo di presentazione nei confronti di due soggetti, indagati dei delitti di furto ed di utilizzo abusivo di carta bancomat, per essersi impossessati di una borsa contenente una carta di debito, aver prelevato la somma di 500,00 Euro e aver, poi, depositato quest’ultima su una carta prepagata.

Il Procuratore della Repubblica presso il predetto Tribunale proponeva appello avverso tale provvedimento sostenendo che, invero, la condotta integrasse anche il delitto di autoriciclaggio e che quindi tale misura dovesse essere applicata anche per tale fattispecie di reato, come da richiesta.

Il Tribunale del Riesame, investito di tale doglianza, riteneva che il comportamento tenuto dagli indagati non integrasse la condotta di cui all’art. 648 ter, comma 1, c.p. e, quindi, rigettava l’impugnazione della pubblica accusa che si vedeva costretta a ricorrere per Cassazione. Anche in questo caso, però, il ricorso veniva rigettato per due distinte, ma speculari, ragioni.

In primo luogo la Corte precisa che la norma sull’autoriciclaggio, introdotta dall’art. 3, comma 3, L. 15.12.2014, n. 186, punisce soltanto quelle attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano però la caratteristica specifica di essere idonee ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

Per l’integrazione del delitto di cui all’art. 648 ter, comma 1, c.p., così come recentemente riformulato è, pertanto, richiesto che la condotta sia dotata di una particolare capacità dissimulatoria, ossia si presenti idonea a fare ritenere che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto effettuare un impiego di qualsiasi tipo ma sempre finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto, ipotesi questa non ravvisabile nel versamento di una somma in una carta prepagata intestata alla stessa autrice del fatto illecito.

Il secondo profilo preso in considerazione dal Supremo Consesso attiene le nozioni di “attività economica” e “attività finanziaria”, cui si riferisce la norma in questione. Invero, secondo la Corte la prima, stante quanto sancito dall’articolo 2082 c.c., è quella finalizzata alla produzione di beni ovvero alla fornitura di servizi e la seconda riguarda, invece, ogni attività rientrante nell’ambito della gestione del risparmio ed individuazione degli strumenti per la realizzazione dello scopo.

A ben vedere, conclude la Corte, la condotta degli imputati non può integrare nessuna di queste due attività e, perciò, va esclusa la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato.

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