Attenzione ai ricorsi in Cassazione di troppe pagine: sono a rischio inammissibilità!

In Diritto Civile
Cassazione, Sez. Civ, sentenza 21297 del 20 Ottobre 2016
Redatto a cura del dott. Francesco Faiello

Il rispetto del canone di chiarezza e sinteticità espositiva negli atti processuali costituisce principio generale, la cui inosservanza nella proposizione del ricorso di cassazione rischia di pregiudicare l’analisi delle questioni sottoposte all’esame della Corte, violando le prescrizioni di cui ai numeri 3 e 4 dell’art. 366 c.p.c., poste a pena di inammissibilità.

Nella fattispecie la Corte aveva dichiarato inammissibile un ricorso avverso una pronuncia di un’assise distrettuale contenente ben diciotto motivi prolissamente illustrati in una produzione di duecentocinquanta pagine.

Il sindacato di legittimità ha ritenuto opportuno non entrare nel merito delle numerose questioni, dichiarando con la sentenza 21297 del 20 Ottobre 2016 l’inammissibilità dell’atto di impugnazione.

L’alluvionale riproposizione di stralci di atti processuali e documenti, con cui il ricorrente ha avuto pretesa di riproporre il contenuto di primo e secondo grado è stata vagliata come una tecnica redazionale incompatibile coi principi che definiscono le modalità di introduzione del giudizio per Cassazione contenuti dai numeri 3 e 4 del disposto di cui all’articolo 366 c.p.c. .

Il costume dell’inclinazione alla complessità dell’argomentazione nel contesto giudiziario trova le sue radici in una molteplicità di fattori, in gran parte legati all’utilizzo della concinnitas della temperie culturale romanistica ed all’assetto degli ordinamenti di derivazione canonica o di civil law.

Fino a qualche anno fa la tendenza alla sintesi forense era deontologicamente scandita dall’utilizzo di una marca da bollo per ogni quattro facciate. Vigeva, difatti, una vera e propria tassa sulla parola che oggi risulta ampiamente abolita dalla forfetizzazione del contributo unificato e dalle disponibilità virtualmente indefinite dagli strumenti informatici.

Tuttavia è da precisare che, nonostante l’attuale libero modus cogitandi degli atti di causa, il concetto espresso dai giudici di Piazza Cavour sembra trovare, del resto, notevoli precedenti che vanno nella medesima direzione. È del 2012, infatti, la pronuncia num. 11199 sulla sinteticità degli atti di parte che, se disattesa, non porterebbe a concrete violazioni formali, ma si porrebbe in palese antitesi ai principi che reggono il giusto processo.

“Meno si parla, più si ha ragione”, dunque, sembrano scandire a chiare lettere gli Ermellini che intendono a tutti i costi garantire il diritto ad un processo equo dell’art. 6 CEDU ed il duplice fine costituzionale di assicurare un’effettiva tutela del diritto di difesa e di salvaguardare i baluardi del giusto processo rispettivamente espressi dagli artt. 24 e 111, comma II.

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