Assoluzione e riforma della sentenza: la Corte d’Appello può non risentire chi ha reso dichiarazioni utili per la condanna

In Diritto penale commerciale
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Cassazione Penale, Sezioni Unite, 3 aprile 2018 (ud. 21 dicembre 2017), n. 14800
Redatto dall’Avv. Michele Salomone

Il giudice di appello non ha l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale ma è tenuto solo ad illustrare i motivi fondanti la sentenza assolutoria che abbia riformato quella del giudice di primo grado.

Ciò è quanto affermato lo scorso 3 aprile 2018 dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite, la quale si è pronunciata ai sensi dell’art. 610, su di una questione sollevata dal primo presidente, a cui era stato segnalato il ricorso proposto.

Infatti quest’ultimo, al fine di dirimere un possibile contrasto giurisprudenziale, aveva richiesto di valutare:  la necessità in caso di assoluzione da parte del giudice di appello, investito dell’impugnazione avverso la sentenza di condanna fondata sulla erronea valutazione della prova dichiarativa, di dover procedere alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale esaminando i soggetti le cui dichiarazioni siano risultate decisive in primo grado per la condanna.

Le Sezioni Unite hanno affermato il seguente principio di diritto: «nell’ipotesi di riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna, il giudice di appello non ha l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale mediante l’esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive ai fini della condanna di primo grado. Tuttavia, il giudice di appello (previa, ove occorra, rinnovazione della prova dichiarativa ritenuta decisiva ai sensi dell’art. 603 cod. proc. pen.) è tenuto ad offrire una motivazione puntuale e adeguata della sentenza assolutoria, dando una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata rispetto a quella del giudice di primo grado».

La questione, più precisamente, trae origine da una sentenza della Corte di assise di appello di Napoli che riformando quella di primo grado, aveva assolto l’imputato per concorso in omicidio pluriaggravato, detenzione d’arma da sparo nonché dal reato di riciclaggio.

La responsabilità dell’imputato era stata accertata in primo grado in ragione delle dichiarazioni testimoniali rese da due agenti di polizia giudiziaria e da un collaboratore di giustizia che lo avevano riconosciuto quale soggetto ritratto nelle immagini estrapolate da un sistema di videosorveglianza.

La Corte di assise di appello di Napoli, ha assolto l’imputato solo sulla base di una perizia tecnica, il cui esito ha escluso la possibilità di giungere alla identificazione della persona ripresa nel video.

Affermano le Sezioni Unite, come la sentenza della Corte d’appello, risulti ampiamente argomentata fornendo chiari elementi scardinanti quelli di segno contrario esposti nella decisione di primo grado.

Una cosi attenta e scandagliata motivazione, ribadisce la Suprema Corte, non genera la necessità di un rinnovo dell’istruttoria dibattimentale, fornendo non solo un’analisi puntuale delle argomentazioni fondanti la colpevolezza dell’imputato e proposte dal giudice di prime cure, ma altresì  “un percorso motivazionale congruamente articolato ed immune da vizi logico-giuridici”.

Orbene, la sentenza d’appello ampiamente motivata,  risulta aver soddisfatto la necessità di un’indicazione chiara e precisa del ragionamento probatorio, attraverso l’analisi delle incompletezze o incoerenze della sentenza di primo grado.

Ciò su cui il Giudice di Legittimità si sofferma è l’aver giustificato la differente valutazione delle prove dichiarative il cui contenuto ha ad oggetto la capacità dei testi di riconoscere i tratti somatici di un soggetto  attraverso una prova tecnico-scientifica insuperabile.

In conclusione quindi, essendo il quadro argomentativo compiutamente illustrato e logicamente articolato nelle premesse come nelle relative conclusioni, imperniato sul presupposto di una valutazione alternativa delle fonti di prova, non risulta necessario dover risentire coloro che abbiano fornito dichiarazioni rilevanti ai fini della condanna.

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