ASSEGNO DI MANTENIMENTO: il diritto alla ricezione va valutato in base alla reale ed effettiva possibilità dell’ex coniuge di svolgere un lavoro

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione  prima, sentenza n.789 del  13/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Ida Morelli

“Se la donna è in grado di lavorare può dire addio all’assegno di mantenimento da parte dell’ex marito ma l’attitudine al lavoro non può essere valutata in astratto, bensì in termini di effettiva possibilità di svolgere un’attività retribuita”.

La vicenda trae origine dalla separazione consensuale di due coniugi avvenuta nel 2007: nell’accordo di separazione si stabiliva l’obbligo del marito di corrispondere alla moglie mensilmente una somma pari ad euro 550, di cui 300 euro destinati al mantenimento del figlio, e i restanti 250 euro destinati al sostentamento della moglie. Inoltre, si ritenevano a carico del marito tutte le spese straordinarie per il mantenimento del figlio, fino alla concorrenza di 600 euro annui; tutti gli importi ulteriori, invece, restavano a carico di entrambi i coniugi nella misura di 50% ciascuno.

Di tale patto di separazione veniva proposta la modifica da parte del marito, attraverso apposito ricorso ex art 710 cpc presso il tribunale di Trani: in particolare, il coniuge richiedeva la riduzione pari al 50% dell’assegno di mantenimento devoluto a favore del figlio nonchè l’esclusione, o quanto meno la riduzione, dell’assegno di mantenimento devoluto a favore della moglie.

L’uomo richiedeva, altresì, che le spese straordinarie a favore del figlio venissero equamente ripartite tra i coniugi nella misura pari al 50%.

Costituitasi in giudizio, la moglie richiedeva il rigetto del ricorso, e, in via riconvenzionale, presentava non solo l’istanza di maggiorazione dell’assegno di mantenimento, nonché l’affidamento esclusivo del figlio minore, ma anche apposita istanza di ammonimento ex art 709 ter cpc per violazione del patto di separazione da parte del marito.

Il tribunale di Trani rigettava le istanze del marito ricorrente, e, con apposito decreto, poneva a carico del suo datore di lavoro l’onere del diretto pagamento della somma di mantenimento alla moglie.

L’ex coniuge soccombente in primo grado proponeva quindi gravame innanzi la Corte di Appello di Bari, la quale accoglieva parzialmente la sua richiesta, revocando così in primis l’ammonimento, ed il conseguente obbligo posto a carico del datore di lavoro di pagamento diretto dell’assegno di mantenimento a favore della moglie; in secundis, revocava l’obbligo della corresponsione dell’assegno di mantenimento a favore della moglie, mantenendo in vita solo l’obbligo di mantenimento a favore del figlio, ed inoltre statuiva che le spese straordinarie dovessero essere divise in misura pari al 70% a carico del marito ed al 30% a carico della moglie.

Tale vicenda veniva sottoposta all’attenzione dei giudici della Suprema Corte di Cassazione, a seguito del ricorso promosso dalla donna soccombente, la quale censurava la decisione dei giudici di appello nel punto in cui negava il riconoscimento all’assegno di mantenimento a suo favore, sebbene la predetta ricorrente fosse priva di una stabile occupazione e dovesse sostenere l’onere del canone di locazione della casa familiare.

Ad avviso della moglie, il disconoscimento dello stesso era frutto di un “inaccettabile automatismo” operato della Corte che, a seguito della nascita della nuova figlia del controricorrente, aveva in automatico operato l’esclusione del diritto della moglie separata alla ricezione dell’assegno di mantenimento.

Inoltre, la donna sottolineava come i giudici di merito, nel computo dell’eventuale contributo mensile, non avessero tenuto conto del miglioramento della situazione economica dell’ex coniuge, dovuta ad un incremento stipendiale.

Da ultimo, la ricorrente lamentava, infine, la suddivisione tra i coniugi delle spese straordinarie (70% a carico del marito e 30% a carico della moglie).

La Corte di Cassazione, sottolineando in primis la fondatezza dell’impugnazione proposta, in quanto rispondente alla fattispecie ex art.360 n.3 cpc, proseguì all’analisi dei singoli motivi di ricorso. I giudici di rito ebbero modo di rigettare in parte le rationes che la Corte di appello professava per il diniego del diritto della moglie alla ricezione dell’assegno di mantenimento.

Invero, la Corte di Cassazione sottolineò come la nascita della nuova figlia dell’ex coniuge non poteva in automatico modificare i patti di separazione (ex art 156 cc), e dunque a negare sic et simpliciter il mantenimento dovuto all’ex moglie: la nuova nascita era sicuramente da considerare come una circostanza sopravvenuta, gravante sulla posizione reddituale del marito, e dunque idonea a mutare le originarie disposizioni dei patti di separazione ma a parere della Cassazione era necessaria una valutazione in concreto da parte del giudice di merito, al quale la Corte rinviava.

Il medesimo ragionamento fu ripetuto dalla Corte di Cassazione circa il secondo punto di analisi, ossia quello relativo alla condizione di disoccupazione dell’ex moglie: non rilevava ai fini del disconoscimento dell’assegno di mantenimento il semplice e mero fatto che l’ex moglie fosse non occupata in attività lavorative.

Occorreva, a tal fine, la dimostrazione di una concreta attitudine al lavoro, ossia “dell’effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche”.

Dunque, a detta degli Ermellini, la modificazione dei patti di separazione ed il conseguenziale disconoscimento del diritto al mantenimento a favore della moglie era subordinato alla pratica dimostrazione in giudizio, da parte del marito, di circostanze nuove, rappresentative della effettiva possibilità della moglie di essere realmente collocata nel mercato del lavoro (come ad esempio la ricezione di valide offerte di lavoro durante il periodo post matrimoniale).

Tale valutazione rientrava nella competenza del giudice di merito, al quale la Corte rinviava.

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