APPALTI: il preventivo dei lavori redatto dal committente è da considerare alla stregua di un contratto?

In Appalti
Cassazione civile, sezione seconda, sentenza n. 14006 del 06/06/2017 [Leggi la sentenza]
Redatto dal dott. Dario Rombolà

Con sentenza n. 14006/17, la Cassazione civile, seconda sezione, affronta un’interessante (ed attuale) problematica concernente i presupposti formali e sostanziali utili e necessari per la individuazione del vincolo contrattuale.

Nel caso di specie, in punta di fatto, la controversia nasceva in quanto le parti in causa avevano concluso un contratto di appalto, avente ad oggetto la realizzazione di opere di manutenzione ordinaria e straordinaria dell’alloggio del committente. Il committente, in un secondo momento, esercitava il diritto di recesso unilaterale. L’appaltatore, quindi, conveniva in giudizio il committente chiedendo un risarcimento del danno pari al 10% del prezzo pattuito, in forza di quanto disposto dall’art. 1671 c.c.

Istaurato il giudizio, il committente convenuto basava la sua difesa sull’argomentazione secondo la quale la scrittura sottoscritta dalle parti doveva qualificarsi come semplice “preventivo” e non come contratto. Il giudice di Pace, condividendo l’argomentazione, rigettava la domanda dell’attore.

Il soccombente appellava la decisione dinnanzi al Tribunale di Foggia che rigettava l’appello, confermando la natura di mero preventivo di spesa della scrittura in oggetto, escludendo che da essa potesse derivare alcuna obbligazione per le parti. In particolar modo il Tribunale, ragionevolmente, rilevava come il documento fosse qualificato come mero “preventivo di spesa”. Erano assenti, altresì, gli elementi strutturali utili a identificare il sinallagma contrattuale.

Il soccombente, quindi, ricorreva in Cassazione.

Le motivazioni addotte presso la Suprema Corte erano plurime ed incentrate sulla erronea valutazione degli elementi di prova (e cioè la scrittura privata) compiuta dai giudici di merito, in violazione dell’art. 116 c.p.c. In particolar modo il ricorrente evidenziava come erroneamente il Tribunale avesse ritenuto non convertibile l’accordo di preventivo in contratto, senza considerare che le firme apposte dai due soggetti del negozio giuridico fossero tipiche del contratto ed incompatibili con un mero preventivo.

La Cassazione, comunque, riteneva i motivi infondati. I motivi dedotti, principalmente, erano volti ad azionare un riesame dell’accertamento di fatto che è riservato, come è ovvio, al giudice di merito il quale con argomentazione solida e logica già aveva qualificato il documento sottoscritto dalle parti come semplice preventivo di lavori.

La Cassazione, altresì, ricordava come in tema di interpretazione del contratto si dovesse far riferimento a due distinte fasi: la prima consistente nella ricerca e nella individuazione della comune volontà dei contraenti, attraverso un tipico accertamento di fatto in relazione ai canoni ermeneutici di cui all’art. 1362 ss. c.c.; la seconda fase, invece, concernente l’inquadramento della comune volontà, come appurata in precedenza, nello schema legale corrispondente. Quindi è il giudice di merito che deve valutare l’intesa tra le parti e se questa possa ricadere nello schema del contratto, con tutto ciò che ne consegue in termini di vincolatività. Il giudice di merito, inoltre, deve verificare se le parti abbiano inteso esprimere un assetto di interessi giuridicamente vincolante, facendo riferimento non solo al “nomen iuris” dell’accordo ma anche al comportamento tenuto da esse.

La Cassazione, chiarito ciò, tornava a sposare l’iter logico dei giudici di merito in quanto avevano sufficientemente evidenziato la mancanza di una descrizione analitica dei tempi e delle modalità dell’opera, nonché di espressioni idonee ad evidenziare in modo univoco il sorgere di un sinallagma contrattuale.

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